In Ascensore

Eccoli. Stanno arrivando. Puntuali come sempre.
Si tratta di ragazzi di ritorno da scuola; credo facciano l’ultimo anno delle superiori.
Di solito sono in due a percorrere questa strada; fratelli credo, dato che vivono nella stessa casa. Oggi però sono tre.
Poco importa.
Li osservo da lontano, facendo finta di stare al telefono; ho le cuffie, ma in realtà le mie orecchie sono concentrate su di loro tanto quanto i miei occhi.
Sono seduto su una panchina rivolta verso il marciapiede quindi posso osservarli mentre camminano senza dare troppo nell’occhio; sono alti e snelli, però la muscolatura del loro corpo è ben visibile. E cosa più importante sono fighi … molto fighi.
Li conobbi più di un mese fa.
Nel posto in cui abito erano arrivati dei nuovi condomini, due persone che avevano affittato l’appartamento proprio sopra al mio; da quel momento, di notte, mi pareva di sentire spesso dei strani suoni provenire dall’alto. Suono soffusi, un po’ soffocati, ma costanti e ritmici.
Li ignoravo perché non erano troppo fastidiosi se sentiti dalla mia camera, ma una volta mi capitò di sentirli dal bagno, il punto della casa più vicino all’origine di quei suoni … e solo in quel momento mi resi conto di cosa davvero stessi ascoltando. Qualcuno stava facendo sesso … e lo stava facendo in modo parecchio aggressivo.
Incuriosito ho indagato sull’appartamento da cui proveniva quel trambusto; si trattava proprio di quello sopra al mio, quello affittato da poco. Inizialmente ho pensato di bussare per chiedere di “fare più piano”, ma considerando che alla fine non mi dava davvero fastidio sentire quei suoni ho deciso di lasciar perdere e tornare in casa senza far fare brutte figure a nessuno.
Pochi giorni dopo vidi di persona i responsabili di quei suoni però.
Stavo tornando a casa dopo una giornata di lavoro e avevo la testa carica di pensieri e stanchezza; ho chiamato l’ascensore e salendo a bordo ho premuto il tasto che mi avrebbe portato al mio piano, e proprio in quel momento ho sentito un fischio.
Alzando lo sguardo ho visto due ragazzi alti e atletici, dalla postura quasi militare; uno di loro mi ha fatto cenno di attendere, e così ho aspettato che salissero anche loro, facendomi più indietro per lasciargli spazio.
Ricordo che loro sono saliti e che senza neanche ringraziarmi hanno premuto il pulsante che li avrebbe portati al piano di sopra; si sono poi posizionati davanti a me, coprendomi l’accesso alla porta e parlando come se io non ci fossi.
Mi sono irritato inizialmente, ma non ho avuto il coraggio di dire nulla.
La mia attenzione è poi stata rapita dai loro vestiti sportivi e casual, e ovviamente dai muscoli che si intravedevano attraverso gli abiti … per non parlare dei volti, tipici bellocci da discoteca.
Ho provato a ignorarli inizialmente, non volevo fissarli come un maniaco anche se è quello che avrei sicuramente fatto se non fossi stato a due passi da loro, però è stato molto difficile; un leggero e delizioso odore piccante ha anche iniziato a stuzzicare il mio naso, rendendomi ancora più complicato il far finta di nulla.
Quei due comunque mi hanno ignorato completamente; stavano parlando tra di loro di ragazze e feste a cui dovevano partecipare, e ciò mi ha permesso di alzare timidamente lo sguardo per ammirare ancora un po’ le loro facce e i loro corpi.
Erano entrambi più alti di me, mi sentivo un bambino in trappola lì dietro a loro.
Quando le porte dell’ascensore si sono aperte mi sono addirittura dimenticato di dover scendere, e quando me lo sono ricordato mi sentivo talmente in imbarazzo a passare in mezzo a loro che ho fatto finta di nulla, come se anch’io dovessi ancora salire.
Le porte si sono richiuse, e loro sono scesi al piano di sopra; li ho visti uscire e dirigersi verso la porta su cui avevo indagato tempo prima, e facendo due più due ho capito che dovevano essere loro i responsabili di tutti quei rumori.
Da quando l’ho capito le giornate sono un po’ cambiate; i rumori non li trovavo più fastidiosi, anzi quando li sentivo andavo sempre in bagno per godermeli appieno … e per fare anche altro, ovviamente.
Col passare dei giorni di loro ho anche capito una cosa: tornavano a casa da scuola poco dopo che io finivo il mio turno di lavoro, il che significa che aspettando per una ventina di minuti in strada potevo quasi sicuramente beccarli e avere la scusa perfetta per riprendere l’ascensore insieme a loro … e così ho fatto.
Ogni giorno mi fermavo ad attenderli da una parte, fingendo di non notarli, per poi seguirli fin quando non raggiungevano l’ascensore di casa; molto spesso non mi attendevano e mi chiudevano le porte dell’ascensore in faccia, ma alcune volte riuscivo a salire.
Loro non mi hanno mai dato particolari attenzioni; mai guardato in faccia, mai rivolto la parole, mai salutato; quando riuscivo a salire nell’ascensore loro si comportavano come se non ci fossi … ma questo li rendeva solo più magnetici per me.
E poi il profumo piccante che si mettevano era dannatamente buono; delle volte lo sogno la notte, in preda ad una stranissima crisi d’astinenza. Non mi era mai capitato per un profumo … chissà che marca è.
Comunque anche oggi avevo l’intenzione di infilarmi nell’ascensore insieme a loro, però c’è un ragazzo di troppo, probabilmente un loro amico … non so se ho davvero voglia di seguirli lì sopra, saremmo veramente stretti se lo facessi, e sarebbe molto fastidioso da parte mia provare ad entrare nell’ascensore anche se già è occupato da tre persone.
Vorrei tanto salirci anche solo per assaporare il loro profumo … ma alla fine rallento il passo; oggi è meglio non farlo. Cammino più piano così da permettere loro di salire in ascensore molto prima di me e dargli la scusa perfetta per non aspettarmi, e nel mentre mi concentro sulle loro scarpe sportive, sui calzettini che si intravedono e arrivano alle caviglie, e sulle gambe e le braccia muscolose.
Sono tutti e tre incredibilmente allenati … wow, un vero spettacolo per gli occhi. Peccato che sia così lontano. Forse dovrei fargli una foto.
Arrivati al portone del palazzo entrano, e questo è in genere il momento in cui io metto il turbo così da non perderli di vista senza però far notare che li sto seguendo, quindi corro verso il portone, lo apro a mia volta ed entrando torno a camminare con lentezza verso l’ascensore.
Loro sono già lì sopra … sono stati rapidi.
Prendo in mano il telefono e abbasso lo sguardo facendo finta di star vedendo qualcosa, così da dare l’impressione di non avere fretta e lasciare che loro se ne vadano senza sentirsi in obbligo di aspettarmi … ma le porte dell’ascensore non si chiudono.
Rallento ancora di più, facendo finta di scriver qualcosa al telefono come scusa … ma l’ascensore ancora non parte.
E ora? Che faccio? Sono a pochi metri da loro. Se non entro adesso rischio di dare davvero un’impressione molto strana.
Potrei far finta di dover chiamare qualcuno, usando quella come scusa per non salire … però … dannazione, ormai è tardi per farlo, l’ascensore è a pochi passi da me ed è ancora aperto.
Mi faccio coraggio e salgo su; i tre ragazzi sembrano lasciarmi lo spazio per farlo.
Il loro profumo torna a stuzzicarmi il naso, rendendomi difficile il continuare a fingere di star facendo qualcosa al telefono.
Lancio un rapido sguardo ai pulsanti dell’ascensore; non li premo mai io perché scendo sempre dopo di loro, quindi anche adesso non dovrei premerli … però noto che nessuno li ha ancora premuti.
L’ascensore dopo qualche secondo chiude le porte, ma giustamente non si muove perché nessuno gli ha detto di farlo … Nessuno ha premuto i pulsanti.
E ora?
Ho lo sguardo fisso sul mio telefono, sto cercando di apparire il più disinvolto e distratto possibile, ma … c’è uno strano silenzio intorno a me. I due ragazzi in genere parlano tra di loro quando siamo in ascensore, ora invece sono silenziosi.
Che dovrei fare? Continuo a far finta di nulla o mi azzardo a premere un pulsante? La mia ansia sta salendo, il mio cuore sta battendo sempre più forte.
Attendo qualche secondo prima di agire, e nel farlo mi convinco sempre di più che le cose si stiano mettendo male; vedo con la coda dell’occhio uno dei tre ragazzi tirare fuori una sigaretta, mentre un’altro appoggia comodamente la schiena alla parete dell’ascensore incrociando sia le braccia che le gambe.
A questo punto deciso di alzare lo sguardo verso i pulsanti dell’ascensore per premerne uno … ma il terzo ragazzo si è messo proprio lì davanti, bloccandomi l’accesso al pannello.
Con il cuore in gola alzo lo sguardo fino ad incrociare il suo: mi sta fissando con un’espressione seria e inequivocabile.
Deglutendo sposto le mie attenzioni sul ragazzo che ho dietro, quello che ha incrociato le braccia, e noto che anche lui mi sta fissando con serietà; il ragazzo alla mia destra ha invece acceso la sigaretta, soffiandomi addosso il primo tiro che si è fatto.
Tossisco: si sta mettendo davvero male. L’ascensore è chiuso e l’accesso al pannello è bloccato da un tipo che è più alto e grosso di me. E ora?
Non mi resta che farmi coraggio e provare tirarmi fuori da quella situazione a voce.
<<S … scusa>> ho detto a quello davanti al pannello <<p … posso? Dovrei andare a casa io.>>
Lui per tutta risposta ha incrociato le braccia, continuando a fissarmi dall’alto verso il basso, senza dire nulla.
<<Non so se torni a casa oggi.>> mi ha detto quello con la sigaretta in bocca.
Il mio cuore ha perso un colpo nel sentire quelle parole.
<<C … cosa?>>
<<Dipende da quello che dici.>> ha continuato il ragazzo.
<<Quello che dico?>>
<<Sì.>> lui si è leggermente avvicinato a me, e soffiandomi in faccia un’altra nuvoletta di fumo ha continuato dicendo: <<Ti farò delle domande. Se la risposta non mi piace, sei nei guai.>> ha spiegato <<Prima domanda. Come ti chiami?>>
<<L … Lorenzo …>>
<<Seconda domanda, dove abiti?>>
<<A-abito qui, in questo palazzo.>>
<<Che piano?>>
<<Piano d …>> esito prima di rispondere, perché già so che la risposta potrebbe non convincerlo <<piano due.>> ammetto alla fine.
<<E allora perché scendi sempre dopo di noi?>>
Io deglutisco; non ho risposta a questa domanda, mi limito a guardare in basso con colpevolezza ma lui appoggia con decisione un dito sotto al mio mento e mi fa alzare la testa fino a riportare il mio sguardo nei suoi occhi.
<<Ti ho fatto una domanda.>> dice, soffiandomi dritto in faccia un’altra nuvoletta di fumo.
<<N … non lo so …>>
<<Non lo sai?>> il ragazzo lancia sguardi eloquenti agli altri due <<Che significa che non lo sai? Non sai dove abiti? Ti dimentichi dove devi scendere?>>
<<I-io … ecco …>>
<<Secondo me sei un ladro.>> interviene uno degli altri ragazzi <<In questi giorni sono scomparse delle cose in casa nostra. Tu ne sai qualcosa?>>
<<Cosa?>> esclamo subito; sento la pressione farsi più alta <<N-no, lo giuro! Io non ne so assolutamente niente!>>
<<Giurare non fa tornare le cose scomparse purtroppo.>> continua a parlare il ragazzo davanti a me.
<<Ve lo giuro ragazzi!>> inizio a piagnucolare <<Io sono innocente, non … non ne so nulla! Non centro niente!>>
<<Uhm …>> il ragazzo davanti a me si fa una lunga tirata di sigaretta, poi soffiandomi il fumo in faccia scuote la testa <<non ti credo. E non credo neanche che tornerai a casa oggi. Non finché non ci dici come sei entrato in casa e dove hai messo la nostra roba.>>
Sento le mie interiora contorcersi dalla paura <<V … vi prego, io … io non ho …>>
<<Tranquillo, non sei il primo ladro con cui abbiamo a che fare.>> dice un altro ragazzo <<Sappiamo già come farti parlare.>>
Nel sentire quelle parole mi volto d’istinto verso l’uscita dell’ascensore, chiusa ovviamente; vorrei tanto correre via, scappare, ma sono bloccato qui.
Terrorizzato torno a guardare il ragazzo davanti a me.
<<Te lo giuro …>> provo a dirgli un’ultima volta <<non so nulla.>>
<<Secondo me ti tornerà la memoria quando avremo finito con te.>> sorride lui <<Fidati. Torna a tutti.>>
<<Io … io non … io ….>> sono così spaventato che a malapena riesco a formulare una frase; anche il solo pensare è difficile <<posso … posso … farò tutto quello che volete! Lo giuro!>> dico a questo punto, mentre piano piano scendo sempre più in basso, fino a ritrovarmi completamente in ginocchio, tremante e spaventato.
Lui mi osserva dall’alto per qualche secondo con un’espressione tra il serio e il disinteressato prima di continuare a parlare.
<<Se non sei tu il ladro, perché ci segui tutti i giorni?>>
<<I-o …>>
<<Dì che non lo sai o qualche altra stronzata, e la discussione finisce qui.>> mi intima lui, cosa che mi spinge a dover vuotare il sacco.
<<Siete … belli.>>>
Cade il silenzio per qualche attimo, interrotto solo dal sorrisetto soppresso di uno dei ragazzi, poi quello davanti a me si fa un’altra tirata di sigaretta e riprende a parlare.
<<Che significa che “siamo belli”?>> domanda.
<<B … beh … ecco … voi … ehm …>>
<<Parla chiaro o ti faccio volare i denti uno ad uno.>>
<<Siete belli quindi vi seguo. Per guardarvi.>>
Lui lancia uno sguardo eloquente ai suoi amici, che questa volta non riescono a trattenersi e scoppiano a ridere.
<<Quindi sei uno stalker.>> dice alla fine.
<<Uno stalker finocchio.>> aggiunge uno di loro.
<<S … sì …>> ammetto alla fine io, abbassando lo sguardo con vergogna <<mi piace il vostro odore … per questo vi seguo.>>
<<Uhm, l’odore addirittura!>> commenta il ragazzo sorridendo leggermente <<Sei messo male allora.>>
<<Nah, è normale per i froci. Non era a loro che piaceva la puzza dei piedi?>> ha detto uno dei ragazzi, sorridendo.
<<Cazzo è vero. Anche a te piacciono i piedi?>>
Io non rispondo, non so che altro dire. Rimango in silenzio a guardare il pavimento fino a quando un enorme sputo non cade proprio tra me e lui, sotto al mio sguardo.
<<Leccalo.>> mi dice il ragazzo che ho davanti dall’alto.
Io alzo gli occhi verso di lui nella speranza di aver capito male, ma lui è serio.
<<Avevi detto che facevi tutto quello che volevo, no? Leccalo. Pulisci il pavimento con la lingua. Tanto sei frocio, dovrebbe piacerti. A voi piacciono queste cose schifose no?>>
Rimango interdetto.
In che situazione orribile mi sono cacciato?
Abbasso lo sguardo dove la sua saliva è perfettamente visibile e in contrasto con il tono scuro del pavimento; ha fatto uno spunto gigantesco, sputo che dovrei … leccare?
Cavolo, la sola idea mi da il voltastomaco.
E mentre osservo lo sputo un altro ne scende dal cielo, più grande del primo.
<<Anche il mio.>> sento dire da uno dei ragazzi, e subito dopo dal cielo e viene un altro.
Ora per terra c’è una piccola pozza di bile … e a quanto pare è tutta per me.
<<Veloce.>> mi intima il ragazzo davanti.
Io … non ci riesco.
No, non posso. Mi fa schifo. Non posso
Alzo lo sguardo verso di lui e scuoto la testa con sguardo implorante, ma l’unica cosa che ottengo è un altro sputo, questa volta sul mio volto, dritto sulla fronte.
<<Vai giù e lecca cagna. Non farmelo ripetere. Lo dico per te.>>
Con le lacrime agli occhi torno a guardare il pavimento.
I loro tre sputi si sono fusi, la quantità di saliva lì per terra è piuttosto alta … non so se riesco a farlo. Mi sta venendo da vomitare.
Ma non ho scelta.
Mi piego verso il pavimento, lentamente; non appena sono abbastanza giù sento un forte peso abbattersi sulle mie scapole e fare pressione sulla schiena; probabilmente uno di loro mi aveva messo il piede sopra.
Scendo ancora con la testa, e un secondo grosso peso si abbatte sulla mia nuca, portandomi a colpire il pavimento con la fronte; la saliva è a pochi centimetri dal luogo in cui ho impattato.
<<Veloce cazzo, non abbiamo tutto il giorno.>>
Il peso sulla mia testa si allenta, permettendomi di allineare il mio volto con la pozza di saliva.
Ora è sotto di me.
Odora di … piccante? Cavolo … ha davvero un profumo … strano … invitante … però è comunque disgustosa alla vista.
Sento le mie budella contorcersi … ma che posso farci? Non ho altra scelta. Non vedo altre vie d’uscita.
Chiudo gli occhi e inizio a leccare.
Mi rifiuto di soffermarmi e processare il sapore della loro saliva; cerco di ingoiare il più velocemente possibile, e nel mentre lo faccio li sento sghignazzare per il divertimento.
Quando finisco rialzo lo sguardo verso il ragazzo davanti a me; mi sento esausto.
Lui mi sta osservando con un’espressione tra il divertito e il disgustato; fa una mezza smorfia, poi abbassa la cicca di sigaretta verso di me e la spegne tra i capelli.
<<Prendi il telefono.>> mi dice.
<<C … cosa?>>
<<Obbedisci e basta.>>
<<M … ma perch-?>> provo a dire, ma vengo zittito da un sonorissimo schiaffo.
<<Prendi. Il. Telefono.>> ripete lui, guardandomi duramente negli occhi.
Obbedisco senza fare altre domande.
<<Apri l’app che usi per fare i pagamenti.>>
Nel sentire quelle parole esito; cosa vuole fare?
Lui sembra capirlo e mi da un’altro schiaffo, questa volta più leggero, una sorta di colpo di avvertimento.
<<Fai quello che ti dico. Sono scomparse delle cose da casa nostra. Le rivogliamo. Qualcuno deve ricomprarle.>>
<<M … ma non sono stato io.>>
<<E quindi? Hai detto che facevi tutto quello che volevamo, no? Apri l’app e chiudi il becco.>>
Con mani tremanti, obbedisco ancora. A quel punto lui mi sfila il telefono dalle mani e alzando lo sguardo lo vedo fischiare.
<<Ne hai di soldi, eh? Puoi ricomprarci tutto senza problema … anzi, anche di più.>> lo sento ridacchiare.
<<C-cosa? R-ragazzi, non potete! Q-questo è un furto!>> provo a difendermi, con voce e corpo tremante.
<<Furto? Sei tu il ladro, coglione.>>
<<Ladro e pure frocio.>> ha aggiunto un altro ragazzo, sputandomi addosso.
<<E comunque non me ne frega nulla se sei stato tu o no. La mia saliva non è gratis.>> ha continuato il ragazzo con il telefono in mano <<Consideralo il prezzo da pagare per averla assaggiata.>>
<<Esatto!>> scoppia a ridere il terzo ragazzo <<Non è un furto questo, ti stiamo solo facendo pagare i nostri servizi.>>
<<P-per favore …>> provo a mormorare io, ma vengo zittito da uno spintone dato con una gamba.
<<Zitto frocio. Parli quando te lo diciamo noi.>>
<<I-io …>> mi ostino ancora a dire, ma vengo colpito di nuovo.
<<Sei sordo o cosa? Devi stare zitto.>>
<<Ogni parola che dici sono cinque euro aggiuntivi …>>
<<Fai dieci!>>
<<…quindi vedi di stare zitto.>>
Mi sento impotente.
Non so cosa fare.
Ma la cosa peggiore tra tutte è che … è che oltre ad avere paura sto provando anche qualcos’altro. Qualcosa che non dovrei provare in situazioni come queste.
Osservo inerme il ragazzo davanti a me digitare sul mio telefono la cifra che avrei dovuto inviargli … poi lui mi mostra lo schermo del telefono, facendomi capire cosa dovevo fare.
Mettere il pin per confermare la transazione di … COSA?
1500 euro? Il mio intero stipendio!
Non posso farlo.
<<Muotivi.>> lo sento dire in modo minaccioso.
<<I … io … non posso …quelli sono tutti i soldi che ho …>>
<<E a me che cazzo frega?>> è la sua risposta, che fa scoppiare a ridere gli altri due <<Metti il pin. Sbrigati.>>
<<Ma->>
Mi arriva l’ennesimo schiaffo <<Veloce. Cagna.>>
Dovrei dirgli di no. Impuntarmi. Rifiutare. Gridare e chiedere aiuto, qualcuno forse mi sentirà.
Però … i miei occhi ricadono sulle sue braccia venose e muscolose, i miei sensi si concentrano sul suo odore, e sul ricordo di qualcosa che ho fatto di tutto per non sentire ma che alla fine non ho potuto evitare di provare: la loro saliva.
Mi aspettavo qualcosa di orribile … ma aveva un sapore inaspettatamente piccante e … incredibilmente buono.
Però prendo in mano il telefono.
Le mani mi tremano. Che sto facendo?
Digito il pin.
Perché l’ho fatto?
<<Bravo coglione.>> mi ha detto il ragazzo davanti a me <<Ora sparisci.>>
Sento la porta dell’ascensore aprirsi dietro di me.
I ragazzi non aspettano neanche che possa metabolizzare l’accaduto, mi buttano letteralmente fuori a calci, e dopo gli ultimi sputi e le ultime risate premono il pulsante che li porterà al loro piano.
Li guardo scioccato, in silenzio, mentre le porte dell’ascensore si chiudono davanti a me con più lentezza del solito.