L’amico (Premium)

Maledico il giorno in cui mi è venuto in mente di invitarlo a casa. Mai mi sarei aspettato di ritrovarmi in una situazione così … surreale. Se qualcuno me lo avesse detto non solo non ci avrei creduto, ma lo avrei anche preso per pazzo.
Gioele … non so il come sia riuscito a ridurmi così, ma è successo.
Tutto è iniziato un po’ di tempo fa. Gioele si era trasferito da poco nella nostra scuola, e fin da subito si è dimostrato un ragazzo interessante: dopo pochi giorni già parlava con tutti, era facilmente entrato nel gruppetto dei fighetti della classe, e cambiava ragazza quasi ogni mese; era il tipico teppistello di strada che passa i fine settimana in discoteca, si vestiva come uno spacciatore e non dava particolare importanza allo studio.
Io in realtà non ero neanche interessato a conoscerlo. Avevo i miei amici con cui parlare, la mia ragazza con cui passare il tempo, e i miei problemi a cui pensare. Inizialmente infatti l’ho ignorato, e a parte un saluto ogni tanto non ci scambiavamo molte parole. Però c’era qualcosa in lui che fin da subito mi aveva attratto.
Le scarpe.
Per quanto possa essere imbarazzante ammetterlo ho sempre avuto un fetish per le scarpe, ma fino a quel momento guardavo solo quelle indossate dalle ragazze. Lui però mi ha fatto capire che in realtà sono attratto dalle scarpe sportive in generale, e quelle che si metteva lui erano le migliori in circolazione: sempre pulite, sempre lucide, e sempre in bella mostra dato che Gioele appoggiava i piedi sul banco della scuola o sulle sedie non appena poteva; delle volte lo faceva anche in presenza dei professori.
Gioele si era trasferito da poco nella nostra città, quindi in pochi lo conoscevano all’inizio. Col tempo ha iniziato a farsi un nome però, perché è presto entrato a far parte di un gruppo di teppisti piuttosto conosciuto: andavano in giro a fare risse e altre stronzate, e lui ne usciva sempre con qualche bella storia da raccontare.
Ad un certo punto è circolato un video. Non è diventato virale per sua fortuna, ma nella scuola lo avevano visto tutti tranne i professori. In quel video lui pestava un uomo che aveva più del doppio della sua età, un quarantenne … lo ha preso a pugni, ginocchiate e calci, ma solo dopo averlo messo al tappeto è iniziata la parte più … “interessante”.
Gioele lo ha umiliato in svariati modi: si è fatto prima baciare e poi leccare le scarpe, dopodiché ha costretto l’uomo a baciare le scarpe dei suoi amici, e infine lo hanno presoa calci e insulti, arrivando addirittura ad urinargli addosso.
Orribile, vero? Quel video mi aveva disgustato all’inizio, però non lo avevo rimosso dal mio cellulare, anzi lo avevo salvato nel mio computer e ogni tanto me lo riguardavo … per qualche strano motivo. È stato grazie a quel video che ho saputo che lui è un amante degli sport da combattimento: fa jiujitsu, muay thai e kickboxing, e dice di aver fatto per anni judo e karate.
Quel video ha avuto un effetto strano sulla sua popolarità. Al posto di dipingerlo come un bullo da evitare, è improvvisamente diventato il ragazzo più figo della scuola; i suoi profili social sono passati da una media di 200-300 seguaci a una media di 3mila. Il motivo è semplice: l’uomo che è stato pestato era un quarantenne che da ubriaco ha allungato le mani su una ragazzina, quindi Gioele è diventato una sorta di “vigilante” agli occhi dei ragazzi.
Quel video ha avuto un effetto strano anche su di me. Malgrado mi avesse fatto schifo inizialmente, da quando l’ho visto la mia ossessione per le sue scarpe è aumentata. In quel video lui camminava sopra alla sua vittima, lo prendeva a calci, gli saltava sulla schiena, e lo costringeva a baciare e leccare le sue scarpe … e a me rivedere quelle scene piaceva. Un giorno ho addirittura sognato di essere picchiato e preso a calci da lui, ed è stato un sogno così intenso e piacevole che mi ha fatto venire … quella era la prima volta che venivo per un uomo e non una donna.
Non sapevo il cosa mi stesse prendendo. Più il tempo passava più il mio interesse per lui aumentava.
Dopo qualche settimana ho iniziato a parlargli. Lui è un tipo arrogante e un po’ fastidioso, però è socievole. Gli piace parlare con tutti, anche se non a tutti piace parlare con lui. Così ho iniziato a salutarlo più spesso, ho iniziato a girargli un po’ a torno, e ho provato anche ad avere delle discussioni con lui … ma niente da fare. A parte un saluto non mi degnava della minima attenzione, neanche di uno sguardo.
Era socievole, sì, ma aveva sempre qualcuno di più interessante di me con cui parlare.
Così un giorno mi è venuta in mente un’idea stupida. Io per andare a casa prendevo il treno, lui invece l’autobus. Volendo anche io potevo prendere l’autobus però; avrei allungato moltissimo la strada, ma avrei aumentato le mie possibilità di avere delle discussioni con lui, e così ho iniziato a prendere l’autobus a mia volta.
Purtroppo lui era circondato dai suoi amici anche lì sopra, e quando qualcuno mancava occupava i sedili liberi intorno a lui o con il suo zaino o mettendedoci i piedi sopra; spesso lasciava i suoi piedi lì sopra anche in presenza di persone che magari avrebbero preferito sedersi, e finché qualcuno non glielo chiedeva lui non li toglieva.
Quel comportamento strafottente, per qualche motivo, mi faceva ribollire la pancia … ma non di rabbia, bensì di qualcosa di più simile al piacere.
Un giorno sono stato fortunato comunque. Anche se forse dovrei dire sfortunato, considerando come è andata a finire.
Era una giornata un po’ buia e nuvolosa, a scuola mancavano quasi tutti, e di ritorno l’autobus era quasi del tutto vuoto così mi sono seduto affianco a lui per la prima volta da quando lo conosco.
Lui aveva la testa chinata sul suo telefono; stava leggendo gli appunti di matematica.
<<Ehi, Gio. Ti … ti serve una mano?>> gli ho chiesto.
Lui mi ha lanciato un rapido sguardo <<Sai fare questi esercizi?>>
<<Sì, senza problemi. Sono quelli che la prof ti ha dato per recuperare l’ultima verifica, giusto?>>
<<Sì. Se li sai fare te li mando per telefono. Mi servono per domani, quindi rimandameli stasera o al massimo domani mattina.>>
A quelle parole ho esitato un attimo; mi stava letteralmente chiedendo di fargli i compiti … anzi no, non era una richiesta quella, stava parlando come se mi fossi proposto di farglieli.
<<C … certo, posso aiutarti … se vuoi …>> è stata la mia risposta poco convinta; non avevo alcuna intenzione di fargli i compiti, però allo stesso tempo non volevo apparire antipatico durante la nostra prima vera conversazione.
<<Perfetto.>> ha risposto lui <<Oggi devo allenarmi, non ho tempo per questa merda.>>
<<Va bene … quindi … ehm … quanti sono?>>
<<Trenta esercizi, tra cui cinque problemi. Ma sono facili tranquillo.>>
Io ho sospirato. Trenta problemi … ci avrei messo sì e no 3 ore a farli tutti, forse anche di più, e sapere questa cosa mi stava rapidamente facendo passare la voglia di aiutarlo …ma poi l’ho sentito esclamare: <<Cazzo!>>
<<Che è successo?>> gli ho chiesto io.
<<Non posso mandarteli! Questa applicazione ha l’anti-cheat installato!>>
<<Tutte le app scolastiche hanno l’anti-cheat. Altrimenti sarebbe troppo facile fare i compiti, li faremmo tutti fare dalle A.I.>>
<<Che palle … e ora? I compiti li devo per forza fare sulla mia app.>>
Io non ho risposto ma dentro di me mi sentivo sollevato e stavo ringraziando il cielo di quel colpo di fortuna … la sola idea di passare tre o più ore a fare i compiti di qualcun altro mi dava il ribrezzo.
Mentre Gioele continuava a lamentarsi, io ho spostato la mia attenzione sulle sue scarpe. Aveva i piedi appoggiati sul sedile davanti al suo, incrociati; calzini corti e bianchi, scarpe sportive, pantaloni stretti alle caviglie …penso di averli guardati ininterrottamente per ben venti minuti prima di farmi forza e decidere di fargli una foto di nascosto.
Ho preso il telefono in mano, ho fatto finta di star guardando un video mettendomi le cuffiette, e poi l’ho scattata.
Il telefono però ha fatto il flash a causa della bassa luminosità di quella giornata nuvolosa.
Si dice che chi è in punto di morte rivede tutta la sua vita davanti agli occhi … e penso che questa voce sia falsa, perché nei pochi istanti successivi al flash io mi sono sentito morire, ma l’unica cosa a cui ho pensato è stata l’immensità della mia idiozia.
Ho spostato lentamente lo sguardo verso Gioele aspettandomi una qualche reazione aggressiva o stranita, però lui aveva ancora la testa chinata sul suo telefono.
Io stavo trattenendo il fiato per la paura, ma alla fine non è successo nulla. Sembrava che Gioele non avesse notato il flash, anche se in cuor mio sapevo che non era così… è stato praticamente un lampo improvviso a ciel sereno, impossibile da non notare … eppure Gioele aveva completamente ignorato l’evento.
Quando finalmente è arrivato il mio momento di scendere dall’autobus mi sono alzato senza neanche salutare, troppo nervoso e spaventato per farlo, ma lui mi ha fermato immediatamente.
<<Dove vai?>> mi ha chiesto, lanciandomi uno sguardo quasi confuso.
<<Uhm … i-io scendo qui. Devo prendere il treno per tornare a casa.>> gli ho spiegato.
<<Devi aiutarmi con i compiti. Siediti.>> è stata la sua risposta.
<<M … ma hai detto che non puoi mandarmeli.>>
<<Infatti li fai sul mio telefono.>>
<<Ora?>>
<<Dopo. Mentre mi alleno.>>
<<D … dopo?>>
<<Sì. Ora mangio, poi mi alleno. E tu fai i compiti.>> detto ciò è tornato a guardare lo schermo del suo cellulare, come se la discussione fosse terminata lì; io ero così stordito che sono rimasto in piedi per alcuni minuti senza sapere bene cosa dirgli.
Me ne potevo andare tranquillamente, però lui mi stava praticamente invitando a casa sua … come potevo rifiutare?
Sono tornato seduto affianco a lui, sebbene con un po’ di incertezza.
Il resto del viaggio è stato silenzioso. Lui si è messo ad ascoltare la musica, mentre io mi sono messo a guardare dei video. Ogni tanto alzavo gli occhi verso le sue scarpe … erano uno spettacolo bellissimo, lì in bella vista sul sedile dell’autobus.
Le cose sono andate avanti così fino a quando non siamo entrambi scesi dall’autobus.
<<Seguimi.>> mi ha detto lui una volta giù, e senza dire altro mi ha fatto strada fino ad un locale che pareva un bar ma che in realtà vendeva anche dei primi e dei secondi piatti … una sorta di tavola calda.
<<Mangiamo qui?>> gli ho chiesto io.
<<Io mangio qui.>> mi ha risposto lui, dopodiché ha ordinato un vero e proprio pranzo, e io lo ho imitato perché non sapevo cos’altro fare.
Anche in quel frangente non abbiamo parlato per niente. Lui mi ignorava, è stato sempre col telefono in mano, io invece ero perplesso e nervoso e non sapevo il cosa stessi facendo lì e il come fossi finito in quell’assurda situazione.
Dopo aver mangiato si è lasciato andare in un rumoroso e soddisfatto rutto, dopodiché ha preso la mia attenzione e ha indicato il cassiere con un cenno della testa <<Paghi tu.>> mi ha informato.
<<C … cosa?>>
<<Non ho soldi con me.>>
<<N-neanche io!>>
<<Tu hai la carta. Paghi sempre con quella al bar della scuola.>> è stata la sua risposta.
<<Sì ma … non ho tanti soldi dentro.>>
<<Tu non eri quello con la piscina in casa?>>
<<Che … che vuol dire?>>
<<Che i soldi dovresti averceli, no?>> detto ciò è tornato a concentrarsi sul suo telefono.
Ero furioso, la sola idea di essere stato trattato così mi faceva ribollire il sangue di rabbia. Prima mi dice di fargli i compiti, poi di pagare per il pranzo … in quel momento stavo davvero pensando di rispondergli male.
Ma non l’ho fatto perché ho spostato lo sguardo sulle sue scarpe ancora una volta: aveva un piede comodamente appoggiato sulla sedia affianco alla mia, e quella visione mi ha fatto riflettere sul fatto che andare a casa per fargli i compiti significava anche avere accesso alla sua collezione di scarpe sportive. Perché rovinare questa possibilità per un pranzo? Aveva ragione, a me i soldi non mancavano quindi non me ne importava molto di pagare per lui… era il suo modo di parlare che mi infastidiva, ma ho deciso di lasciar correre e di assecondarlo.
Quella era la prima volta che gli pagavo qualcosa … e non sarebbe stata l’ultima.

L’abitazione di Gioele era vecchia, piccola e piuttosto spoglia; la porta d’ingresso si apriva ancora con una chiave di metallo mentre le pareti esterne erano ingiallite e in decadimento. L’interno della casa era molto pulito e ordinato però, e ricordo che non appena Gioele ha aperto la porta mi ha intimato di non entrare.
<<Rimani qua>> mi ha detto <<o sporchi tutto.>> dopodiché si è tolto rapidamente le scarpe ed è entrato, lasciandomi all’uscio per diversi minuti; sul pavimento erano rimaste le orme dei suoi piedi … orme che sono rimasto a guardare come ipnotizzato fino al suo ritorno.
<<Ora vado ad allenarmi.>> mi ha detto una volta tornato; si era cambiato i vestiti e con sé al posto dello zaino aveva un borsone.
<<E … i compiti?>> gli ho chiesto.
<<Li fai mentre mi alleno.>>
<<In … in palestra?>>
<<No. Ora vedi.>>
Mi ha fatto strada fino ad un parchetto del suo quartiere, che come il resto della zona sembrava abbandonato e in disuso; l’erba era troppa alta, i pochi alberi sembravano morti, le panchine erano quasi del tutto marce e le vecchie giostre erano arrugginite … non c’era nessuno lì, a parte un anziano con il suo cane.
Gioele mi ha portato in una zona del parco dedicata alla calistenia … un vero peccato che non ci fosse nessuno a sfruttare quelle travi, a parte lui; in quella zona qualcuno ci ha anche attaccato un sacco da boxe, elemento che stonava con tutto il resto dato che sembrava piuttosto nuovo e comprato di recente.
<<Tu ti alleni qui?>> gli ho chiesto io <<Pensavo seguissi dei corsi di arti marziali.>>
<<Sì, ma non ho gli allenamenti oggi. Nel tempo libero mi alleno qui.>>
<<Ah … capisco. Quindi …>>
<<Quindi siediti e inizia a lavorare.>>
<<Dove?>> ho chiesto guardandomi intorno; la panchina più vicina era dall’altra parte del parco.
Gioele ha indicato un punto sul terreno vicino alle travi <<Mettiti lì.>> dopodiché mi ha dato il suo telefono, si è messo le cuffie bluetooth e ha iniziato ad allenarsi.
Come al solito, ero rimasto stordito. Mi stava trattando come una sorta di zerbino, e non sapevo bene il come reagire.
Alla fine però ho fatto come mi ha detto. Mi sono messo seduto tra le travi e ho aperto l’applicazione scolastica sul suo cellulare, anche se la voglia di fare i compiti non l’avevo proprio.
Lui nel frattempo stava facendo skipping, correndo sul posto; si stava riscaldando.
Con un sonoro sospiro mi sono fatto forza e ho cercato di concentrarmi sul mio lavoro … ricordo di essere riuscito a fare più o meno tre esercizi prima di perdere nuovamente la concentrazione; Gioele stava facendo dei pull-up nel frattempo.
Ad un certo punto il ragazzo si è tolto le scarpe e le ha lasciate proprio di fianco a me; quasi tutti i praticanti di calistenia si allenano scalzi, non capisco il perché ma forse se la praticassi lo capirei. Fatto sta che quell’evento ha completamente ucciso la mia voglia di fare i compiti … le scarpe di Gioele erano a meno di un metro da me, e la loro presenza stava risucchiando tutta la mia attenzione.
Gioele si era tolto anche i calzini, che aveva lasciato nelle scarpe; una parte di me stava fantasticando sull’allungare le mani di nascosto, prenderne uno e poi … annusarlo? Leccarlo? Succhiarlo? Non ne ho idea, non so cosa avrei fatto, non ero mai arrivato a fare pensieri simili prima di allora.
Gioele in quel momento mi stava anche dando le spalle e stava facendo una plank; avevo tutto il tempo del mondo per compiere il misfatto, e forse lo avrei anche fatto se non fossi stato distratto dalla vibrazione del telefono di Gio.
Un messaggio gli era appena arrivato.
Ho nuovamente abbassato lo sguardo sul suo telefono … Gioele me lo aveva lasciato senza preoccuparsi del fatto che potessi leggere le conversazioni private coi suoi amici, e io purtroppo sono un tipo curioso così sono “per sbaglio” finito sulle sue chat.
Ne aveva tante. Troppe. Io a malapena ricevevo un messaggio al giorno della mia ragazza, e in genere ero io ad iniziare la conversazione, mentre lui aveva decine e decine di chat aperte: gruppi, amici, conoscenti, compagni di squadra, ragazze che gli mandavano foto nude … aveva una marea di gente che lo riempiva di messaggi e notifiche, e quasi tutte quelle chat erano silenziate.
Il telefono aveva vibrato solo per il messaggio di una persona in particolare, una delle poche la cui chat non era stata silenziata.
L’ho stupidamente aperta solo per ritrovarmi davanti ad una conversione piuttosto … inaspettata.
“Quindi come è andata con Sara? Te la sei fatta Sara alla fine?”
“Certo fra’, stava zoppicando quando ho finito hahahaha l’ho distrutta.”
“Hai fatto il video?”
“Sì ma se lo fai vedere di nuovo al gruppo ti ammazzo. Giuro che te li faccio pagare a prezzo pieno.”
“Tranquillo. Manda.”
Preso dalla curiosità ho aperto il video in questione … fortunatamente il telefono non emetteva suoni di alcun tipo, quindi ho potuto iniziare a guardare quel video senza alcun problema.
Si trattava di un filmato pornografico ovviamente, che come protagonisti aveva Gioele e quella che a giudicare dall’aspetto potrebbe benissimo essere una fotomodella.
Il video era stato girato in una stanza d’hotel probabilmente, ed è iniziato con la ragazza che, sorridente, salutava la telecamera del telefono che era probabilmente stato messo su tavolo o qualcosa di simile.
Poi il video è proseguito con lei che toglieva la maglietta a Gioele, che era seduto sul letto dell’hotel, per poi mettersi ad accarezzare il suo petto e le sue spalle; solo in quel momento ho fatto caso alla definizione del suo corpo … Gioele è un mostro, snello ma scolpito come una statua … immagino che per una ragazza sia un sogno toccare qualcuno con un corpo simile.
Lei ha continuato con il baciargli il collo, scendendo sempre di più fino ad arrivare ai pantaloni.
<<Ehi bello.>> la voce di Gioele mi ha fatto alzare la testa dal telefono, e nel farlo ho visto che lui era in piedi davanti a me, petto nudo e sguardo piuttosto ostile <<Cosa cazzo fai?>>
Io mi sono gelato sul posto. Sono abbastanza certo che il mio cuore abbia perso un battito.
Mi stavo domandando il come avesse fatto Gioele a sapere che stessi ficcanasando nelle sue chat, ma guardandolo in faccia ho capito: lui aveva le cuffie bluetooth … quindi in realtà i suoni del telefono stavano venendo riprodotti, e lui li stava sentendo.
Ho deglutito mentre il cuore ha iniziato a battere all’impazzata <<S … scusa …>> ho provato a dirgli con un filo di voce.
Lui si è chinato silenziosamente davanti a me, mantenendo il contatto visivo per tutto il tempo, poi sempre in silenzio mi ha sfilato il telefono dalle mani e ha fatto qualcosa … quando me lo ha ridato ho visto che sullo schermo era nuovamente apparsa la schermata dell’applicazione scolastica.
<<Se dopo che mi sono allenato tu non hai finito tutti gli esercizi, ti appendo a una trave e ti uso come sacco da boxe.>> mi ha detto fissandomi dritto negli occhi <<Chiaro?>>
<<C-chiaro.>>
Lui quindi si è rialzato ed è tornato al suo allenamento.
In seguito a quell’evento ho fatto molti degli esercizi, e l’unica interruzione ricevuta è stata quando un gruppetto di ragazzi si è avvicinato a noi e si me è messo a parlare con lui.
Ho cercato di ignorarli perché a quanto pare erano amici di Gioele; si sono scambiati qualche battuta, hanno fumato qualche sigaretta, hanno fatto un po’ di sparring giocoso con lui, dopodiché sono andati via.
Una decina di minuti dopo la loro partenza Gioele si è nuovamente avvicinato a me.
<<Alzati.>> mi ha detto; era sudato da capo a piedi.
<<H … hai finito?>>
<<No.>> ha lasciato cadere sul pavimento due guantoni da pugilato <<Mettiteli e alzati.>>
<<C … cosa?>>
<<Hai capito.>>
<<Perché? Sto facendo quello che mi hai detto, sto facendo tutti gli esercizi.>>
<<Ti do cinque minuti poi ti prendo a calci finché non alzi il culo da terra.>>
A quelle parole ho deciso di raccogliere i guantoni da terra e di alzarmi; aveva un tono piuttosto duro e ostile, probabilmente a causa della mia bravata precedente, e non avevo alcuna voglia di irritarlo ancora di più.
<<Di qua.>>
Siamo andati sul prato del parco, dopodiché sia io che lui ci siamo messi i guantoni.
Già sapevo cosa sarebbe successo e ricordo che stavo tremando dal nervosismo.
<<V … vuoi picchiarmi?>> gli ho chiesto.
<<No. Ho solo voglia di prendere a pugni qualcosa che si muova. Mi sono annoiato col sacco.>>
<<Ma ti eri allenato con i tuoi amici prima.>>
<<Sì ma dovevano andare via e abbiamo smesso subito. Io voglio continuare invece.>>
<<Ma io … io non sono bravo.>>
Lui ha fatto spallucce <<Difenditi e resisti il più possibile. Non ti farò male.>>
Ma stava mentendo.
Io non avevo la minima idea del come muovermi, lui invece mi saltava intorno e mi riempiva di colpi che per quanto leggeri mi facevano comunque un sacco male; sono finito a terra più volte, e più volte lui mi ha intimato di alzarmi minacciando di prendermi a calci in caso contrario.
Più andavamo avanti e peggio mi sentivo: ho iniziato a tremare dal dolore, i pensieri hanno iniziato ad essere più lenti e confusi, la vista ha iniziato ad appannarsi, gli arti hanno iniziato a non rispondere più ai miei comandi mentre dagli occhi hanno iniziato a uscire fuori un sacco di lacrime … e infine mi è arrivato un calcio laterale che mi ha colpito all’altezza del plesso solare, cosa che mi ha tolto completamente il fiato e mi ha fatto volare a terra; di quel momento ricordo solo il dolore e le urla che avrei fatto se solo avessi avuto un po’ di aria nei polmoni.
Sono rimasto a terra per non so quanto tempo, privo di vista o qualsiasi altro senso; ero come svenuto perché a parte il dolore non sentivo nient’altro.
Quando finalmente mi è tornata la vista ho fatto in tempo solo a capire in che posizioni fossi così da potermi girare e vomitare per terra.
<<Wow …>> ha commentato Gioele, avvicinandosi; si è fermato proprio ad un passo da me, i suoi piedi erano l’unica cosa che potevo vedere da quella posizione <<ti ho ridotto proprio male, eh?>>
Inizialmente pensavo si stesse riferendo al vomito, ma non era solo quello: oltre ad aver vomitato stavo piangendo, perdevo muco dal naso, e cosa più importante mi sentivo i pantaloni stranamente caldi e umidi … e quando ho capito cos’era successo ricordo solo di essere scoppiato a piangere.
Lacrime dagli occhi, muco dal naso, vomito dalla bocca e urina … stavo perdendo fluidi da ogni parte del corpo. 
Ho pianto per un bel po’. Gioele è rimasto fermo a guardarmi per uno o due minuti, poi si è tolto i guantoni ed è tornato ad allenarsi col sacco da boxe.
Ricordo che sono rimasto lì a terra fino a quando lui è tornato verso di me; aveva le scarpe ai piedi questa volta.
<<Alzati fighetta.>> ha detto, ma io ho scosso la testa; non volevo alzarmi e fargli vedere i miei pantaloni bagnati <<Ho detto alzati.>> ha ripetuto, ma io non mi sono messo; lui mi ha dato un leggero calcio ai fianchi, ma non ho reagito <<Se non ti alzi ti piscio in testa.>>
<<Lasciami in pace!>>
<<No. Ora ti alzi e vieni a casa con me. Devi finire i compiti.>>
<<No!>>
<<Sì invece.>>
<<Vattene via! Sto male …>>
<<Non me ne frega un cazzo di come stai. Alzati o ti piscio in testa, non sto scherzando.>>
<<Fottiti!>>
<<Va bene.>>
Dopo un breve attimo di silenzio sento un liquido cadermi dritto sui capelli; io mi agito subito pensando che Gioele stesse davvero urinando sopra di me, ma voltandomi e alzando lo sguardo noto che lui aveva in mano una bottiglietta d’acqua e che stava ridendo divertito.
<<Dai coglione, alzati. Guarda che so che ti sei pisciato addosso, non c’è bisogno che provi a nasconderlo.>>
<<C … cosa?>>
<<Si vede, brutto idiota. Ma hai dei problemi alla vescica o qualcosa del genere? Sei la prima persona che vedo pisciarsi addosso dopo un calcio. In genere la gente vomita … o perde sangue. Ma non si piscia addosso. Che problemi hai?>>
Io ho esitato, non sapevo cosa dirgli perché neanche io capivo il come sia potuto accadere.
<<Comunque, qualunque sia il tuo problema non me ne importa nulla. Alzati. Ti porto a casa, ti fai la doccia e poi finisci i compiti. Altrimenti ti faccio una foto e dirò a tutti che ti ho pestato così forte che ti sei letteralmente pisciato sotto.>>
Avrei voluto urlare e insultarlo, ma mi sono limitato ad accontentarlo.
Mi faceva male ogni singola parte del corpo, dalla testa ai piedi, ma mi sono comunque alzato; lui mi ha squadrato, poi ha fatto un mezzo sorriso sfottente e ha indicato con la testa il suo borsone <<Prendilo e andiamo.>>
<<Io?>>
<<Sì, tu. Oggi dovevi aiutarmi coi compiti ma non hai fatto un cazzo a parte segarti sui miei video e pisciarti nei pantaloni. Quindi ora fai qualcosa di utile e mi portami la borsa.>>
Non avevo né le forze né la voglia di rispondergli, e così siamo tornati a casa sua alle sue condizioni; lui ha camminato davanti a me, telefono in mano e zero preoccupazioni, mentre io zoppicavo dietro di lui, con in mano il suo borsone e in spalla il mio zaino.

Quando siamo arrivati a casa di Gioele, ero fisicamente stremato. Non riuscivo più a camminare e a malapena riuscivo a stare in piedi; la testa mi faceva male da morire.
<<Togliti le scarpe.>> mi ha ordinato lui, e io ho obbedito senza neanche chiedermi il perché dovessi farlo: ero talmente esausto che anche il pensare era diventato troppo faticoso <<Le scarpe mettitele nello zaino. E seguimi.>>
Ho obbedito ancora una volta.
L’interno della casa di Gioele era modesto tanto quanto l’esterno; non c’erano tante cose, l’illuminazione si basava ancora su vecchie lampadine economiche e l’arredamente era piuttosto vecchio. A sorprendermi è stato l’ordine però … ogni cosa, ogni oggetto, ogni elemento era posizionato in modo geometricamente perfetto: quella casa sembrava un set cinematografico.
Mi ha portato nella sua cameretta, minuscola se confrontata con la mia; era addirittura più piccola del mio sgabuzzino, però era ordinata tanto quanto il resto della casa.
<<La borsa lasciala qui.>> mi ha detto, e io ho continuato ad obbedire; ho appoggiato il suo borsone in un angolo della stanza <<Ora seguimi.>> mi ha portato nel bagno della casa, dove ha indicato la doccia <<Adesso ti lavi. I vestiti li devi mettere dentro lo zaino però, non voglio che sporchi di piscio le mie cose. E ti do esattamente dieci minuti per farti la doccia, non di più. Capito?>>
<<Capito …>>
<<Bene.>> lui ha preso in mano il suo telefono e ha avviato un timer <<Dieci minuti esatti.>> ha ripetuto guardandomi dritto negli occhi <<E non usare troppo sapone o ti appicco al muro e ti uso come poster.>>
<<Va bene.>>
Detto ciò è uscito dal bagno.
Io mi sono lavato il più velocemente che potevo, ma una volta finito mi sono reso conto di non avere a portata di mano un asciugamano o un accappatoio; Gioele è rientrato nel bagno dopo dieci minuti esatti, e ha risolto il problema togliendosi la maglietta e dandomela.
<<Usa questa. Tanto l’avrei dovuta lavare lo stesso, è bella sudata.>>
<<N … non posso usare un asciugamano normale?>>
<<Col cazzo che ti do i miei asciugamani. Usa quella e sbrigati, che hai ancora sette esercizi da fare.>>
Io ho deglutito e poi obbedito; fortunatamente la sua maglietta era asciutta sebbene un po’ umida, e non puzzava neanche di sudore … non troppo almeno.
Una volta asciugato c’era ancora un problema da risolvere però; mi sono rimesso la maglietta che indossavo, però pantaloni e mutande erano inutilizzabili. Ho chiesto aiuto a Gioele ancora una volta sperando di poter ricevere in prestito qualche vestito da lui, ma la sua risposta non mi è piaciuta per niente.
<<Non ti servono i pantaloni per fare i compiti. Non fa neanche freddo qui dentro, quindi non so di cosa ti lamenti.>>
<<A-almeno delle mutande me le puoi dare?>>
<<Assolutamente no. Aspetti che si asciugano le tue e ti rimetti quelle.>>
<<Ma->>
<<Non me ne frega un cazzo se puzzano di piscio, le mie mutande non te le do. E ora esci dalla doccia che non abbiamo tutto il tempo del mondo.>>
Un po’ a disagio ho fatto come ha detto, ma poco prima di uscire dal bagno lui mi ha nuovamente fermato.
<<Aspetta>> ha detto <<mica hai finito. Non puoi uscire dal bagno senza aver ripulito il casino che hai fatto.>>
<<Casino? Dove?>>
<<Lì.>> Gioele ha indicato l’interno della doccia.
<<Che … che stai dicendo? Non c’è niente lì.>>
<<Ma sei stupido? Non la vedi tutta questa acqua?>>
<<E quindi? L’acqua si asciuga da sola.>>
<<Se si asciuga da sola si creano delle macchie, brutto idiota. Prendi quello straccio lì e asciuga la doccia.>>
Io a quel punto ho esitato un attimo <<Ma … sei serio? È solo acqua.>>
<<Sì, e non voglio che si asciughi sulle pareti della mia doccia. Quindi prendi quello straccio e asciuga.>>
Non volendo perdere troppo tempo a discutere con lui ho deciso di accontentarlo; ho preso lo straccio che mi ha indicato e l’ho utilizzato per asciugare ogni singola goccia d’acqua presente nella doccia.
<<E ora anche per terra. Vedi tutte queste gocce? Non ci devono essere, il pavimento deve essere lucido e asciutto.>>
<<Sì …>>
Mi sono messo in ginocchio e ho iniziato ad asciugare anche il pavimento. Eseguivo le mie azioni con lentezza, stanchezza e svogliatezza, e Gioele mi teneva sotto stretta osservazione; era sempre ad un passo da me, i suoi piedi sempre a un soffio dal mio volto e quasi sempre sotto al mio sguardo; quando mi spostavo si spostava anche lui, assicurandosi sempre di essere più o meno davanti a me.
Lo faceva apposta? Non saprei dirlo. Fatto sta che ho lucidato ogni angolo del pavimento con i piedi sudati di Gioele sempre a due passi dal mio naso.
<<Ho fatto.>> gli ho detto dopo aver terminato anche quel lavoro.
<<Aspetta qui.>> ha risposto lui a quel punto, quindi è andato verso il water, si è abbassato i pantaloni e si è svuotato la vescica; dopo che ha tirato lo sciacquone si è voltato verso di me e ha indicato la tazza <<Ci sono altre gocce da pulire qui.>>
<<Quelle le hai fatte tu.>> ho ribattuto.
<<Già, e le pulisci tu. E visto che ti stai lamentando, laverai pure la maglietta che hai usato per asciugarti.>>
<<Eh? E come?>>
<<Con le mani, no?>>
<<Non hai una lavatrice?>>
<<No. È già tanto se ho un bidet, mica sono ricco come te.>>
<<Beh la lavatrice non è una cosa costosa …>>
<<Compramela tu allora.>>
Io ho sospirato, scosso la testa e lasciato cadere la discussione; ho pulito il suo water come richiesto, e quando mi sono rimesso in piedi avevo le ginocchia che mi bruciavano dal dolore; Gioele nel frattempo mi stava guardando con un mezzo sorriso divertito.
<<Che vuoi?>> gli ho chiesto, leggermente stizzito da tutta quella situazione e dal suo sguardo sfottente.
<<Niente. Sto solo pensando che è bello avere una donna delle pulizie.>>
<<Ma stai zitto …>>
Lui a quel punto ha indicato il lavandino con la testa <<Pulisci la mia maglietta e stendila alla finestra. E non lasciare gocce d’acqua in giro, capito?>>
Ho sospirato rumorosamente <<Capito.>>
<<Brava.>>
A quel punto è successo qualcosa di davvero strano. Mentre lavavo la sua maglietta al lavandino, Gioele si era messo dietro di me; la sua presenza alle mie spalle mi stava rendendo piuttosto nervoso, e delle volte lanciavo degli sguardi ansiosi allo specchio posto sopra al lavandino, da cui potevo vedere perfettamente Gio perché era un po’ più alto e grosso di me.
Aveva le mani nelle tasche dei pantaloni, un’espressione indecifrabile e gli occhi fissi sul mio corpo… e per qualche strano motivo quella situazione stava facendo vibrare il mio organo genitale; sentivo che si muoveva, che si agitava, ma non riuscivo bene a capire il perché.
Una volta finito di lavare la sua maglietta l’ho strizzata con forza sul lavandino, dopodiché l’ho appesa esattamente dove mi aveva indicato.
<<Ecco fatto.>> gli ho detto a quel punto.
<<Bel lavoro.>> è stata la sua risposta.
<<Posso … posso uscire ora?>>
Lui non ha risposto subito. Si è guardato intorno con paziente lentezza, dopodiché ha abbassato lo sguardo ai suoi piedi e cogliendomi completamente di sorpresa mi ha detto: <<Abbassati e toglimi le calze.>>
Quelle parole furono talmente inaspettate che mi hanno lasciato stordito.
<<C … cosa?>>
<<Abbassati>> ha ripetuto lui, con tono leggermente più duro <<e toglimi le calze.>>
<<P … perché?>>
<<Perché sono sudate da questa mattina, e le devi lavare.>>
<<Eh? Ma dai!>> ho protestato io, ma lui si è limitato a fissarmi dritto negli occhi con un’espressione … compiaciuta; non stava sorridendo, eppure aveva il volto di qualcuno che si stava davvero divertendo <<Aspetta, sei serio?>> ho continuato io.
<<Sì. Ci sono problemi?>>
<<Sì! Toglitele tu le calze!>> ho ribattuto io.
<<Fallo tu.>>
<<Ma perché?>>
<<Sei tu la donna delle pulizie.>> è stata la sua risposta.
<<Ma fottiti!>> gli ho detto a quel punto <<Non ti tolgo le calze, e non te le lavo neanche!>>
<<Sì che lo fai invece, e se continui a lamentarti ti faccio pulire anche le mie scarpe.>> ha risposto lui, con l’abbozzo di un sorriso stampato sul volto.
Io ricordo che in quel momento stavo venendo attraversato da una marea di emozioni contrastanti: tutta quella situazione era assurda e irritante, mi stava davvero facendo infuriare, ma allo stesso tempo la trovavo anche … eccitante.
Io ero intenzionato a non dargliela vinta però, e giuro che non avrei MAI accettato di togliergli le calze … se solo non avessi avuto un’erezione. Già, perché l’espressione sicura di sé di Gioele stava indurendo il mio organo genitale ad una velocità spaventosa … e più lui continuava a guardarmi in quel modo, più il mio pene diventava duro. E questo era un problema perché non avevo né mutande né pantaloni, quindi se si fosse gonfiato troppo lo avrebbe sicuramente notato … ed è proprio questo fattore che mi ha convinto a cedere.
Controvoglia e a disagio, mi sono abbassato ancora una volta davanti a lui; era la prima volta che gli potevo osservare da così vicino i piedi senza dover fare finta di non starli guardando … però non c’erano scarpe di mezzo a questo giro, c’erano solo i suoi piedi coperti da dei calzini sporchi.
Non sono mai stato attratto dai piedi di una persona, ma quel giorno quelli di Gioele hanno scatenato in me stimoli che non pensavo di poter avere.
<<Ehi, non addormentarti bello. Toglimi le calze e datti una mossa.>> ha detto lui, notando che ero rimasto a guardargli i piedi per un po’ troppo tempo.
<<S … sì, scusa.>>
Toccargli i piedi per sfilargli i calzini ha reso completa la mia erezione; non sono stato più in grado di trattenerla, e stavo letteralmente tremando per la paura che potesse notarla … ma è stato in quel momento che i suoi pantaloncini sono caduti, seguiti dalle mutande.
Io mi sono irrigidito di colpo, e trattenendo il fiato ho alzato lo sguardo verso un Gioele completamente nudo.
<<Ora vado a lavarmi>> ha detto lui <<quando esco dalla doccia voglio i miei vestiti puliti e appesi. Chiaro?>>
<<C … chiaro.>> ho risposto io, intontito da tutto quello che stava accadendo.
<<E ti voglio vedere in questa esatta precisa posizione con in mano un asciugamano. Chiaro?>>
A quelle parole non avevo risposto però, cosa che ha spinto Giole a chinarsi davanti a me per guardarmi dritto negli occhi.
<<Voglio vederti in questa posizione con un asciugamano in mano.>> ha ripetuto, scandendo ogni parola <<Chiaro?>>
<<Chiaro.>>
A quel punto si è lasciato sfuggire un sorriso soddisfatto.
<<Brava.>> ha detto dandomi uno schiaffetto sulla guancia, dopodiché si è alzato ed è entrato nella doccia lasciandomi sul pavimento con i suoi vestiti da lavare e un’erezione ormai incontrollabile.

Surreale. Questo è l’unico termine che mi viene in mente per descrivere la situazione in cui mi sono ritrovato quel giorno.
Dopo aver lavato e appeso alla finestra i vestiti di Gioele, ho recuperato dal suo armadio un grosso asciugamano bianco e con quello in mano ho atteso che il ragazzo uscisse dalla doccia.
Sono stati minuti di attesa molto … particolari. A parte l’acqua che scendeva non si udiva nient’altro, e da fuori la doccia non potevo neanche vedere il corpo di Gio, malgrado ciò il mio organo genitale si ostinava a rimanere in uno stato di erezione permanente.
Ho atteso a lungo. Venti, forse Trenta minuti. Poi l’acqua si è fermata e il ragazzo ha aperto le porte della doccia; ricordo di aver trattenuto il fiato per l’emozione ed il nervosismo, dato che era completamente nudo.
<<Che ci fai in piedi?>> ha domandato lui <<Ti ho detto di rimanere nella stessa posizione.>>
<<C-che posizione?>>
<<In ginocchio.>>
Sarà stata la stanchezza o forse l’assurdità di tutta la situazione, però non ho esitato un attimo ed ho obbedito; mi sono messo in ginocchio ed ho addirittura abbassato la testa come se fossi davanti ad un re.
Lui a quel punto ha sospirato con un pizzico di impazienza <<Non posso uscire così.>> mi ha detto <<Devi mettere un asciugamano anche sul pavimento.>>
<<Ah … giusto, è vero! Scusa! Vado subito a prenderlo!>>
<<No.>> mi ha fermato lui <<Togliti la maglietta. Usa quella.>>
Questa volta ho esitato però; l’ho guardato dritto negli occhi con un’espressione a metà tra l’implorante e il perplesso, ma lui non si è scomposto e mi ha fatto capire che non aveva voglia né di ripetersi né di perdere tempo.
Con molta più esitazione di prima mi sono tolto la maglietta e l’ho messa per terra proprio all’uscita della doccia, e lui ci è salito sopra subito dopo; a quel punto gli ho allungato l’asciugamano, ma lui ha detto: <<Non voglio abbassarmi.>> facendomi capire che i piedi e le gambe gliele avrei dovute asciugare io.
Ammetto che è stata un esperienza molto più intensa di quanto potrebbe sembrare; ero terrorizzato all’idea di fare una cosa del genere, eppure ho eseguito gli ordini senza fiatare.
Gli ho asciugato i piedi, maneggiandoli con la stessa delicatezza che userei per un gioiello; erano di una pulizia e una perfezione assoluti, dalle dimensioni delle dita al colore e la lunghezza delle unghie, tutto dei suoi piedi era magnifico.
Dopodiché sono passato ai polpacci, tonici e squisitamente tondi; i muscoli delle sue gambe erano così duri che per un attimo ho avuto l’impressione di star asciugando una statua.
Non ho mai osato alzare troppo lo sguardo mentre lo asciugavo, e quando sono arrivato ai fianchi lui mi ha preceduto prendendomi dalle mani l’asciugamano.
<<Lucida di nuovo la doccia e le pareti.>> mi ha detto, ma io non me la sentivo di alzarmi da terra; ero completamente nudo e avevo un erezione impossibile da nascondere; finché ero in ginocchio un po’ si poteva ignorare, ma una volta in piedi l’avrebbe notato sicuramente <<Mi hai sentito? A lavoro.>> ha detto a quel punto lui, notando la mia lentezza nell’obbedire.
Io ho silenziosamente riflettuto sulle mie opzioni, ma non ne avevo molte, e poi probabilmente la mia erezione era già stata notata quindi tantovaleva obbedire ancora una volta <<S … sì. Sì va bene.>> gli ho detto, dopodiché mi sono rimesso in piedi, anche se un po’ goffamente.
Lui ha completamente ignorato le mie parti basse però, ed è semplicemente uscito dal bagno subito dopo avermi detto: <<Ci vediamo in camera. E rimettiti la maglietta.>>
Ancora una volta ho obbedito ai suoi ordini: ho indossato la maglietta su cui si era asciugato i piedi e ho nuovamente asciugato e lucidato la doccia, facendola letteralmente risplendere; ho anche dato un’ultima pulita al pavimento e al lavandino del bagno, lasciando anche quegli elementi in un’impeccabile stato di pulizia.
Ero così stanco che mi facevano male anche le dita mani, ma ero ben lontano dall’essermi liberato.
Tornato in stanza ho trovato Gioele seduto davanti alla sua scrivania; piedi sul tavolo e telefono in mano, mi stava aspettando.
All’improvviso sono tornato ad essere ansioso a causa della mia erezione: lui era seduto, io ero in piedi … questa volta era impossibile che non la notasse, il suo sguardo doveva per forza passare da lì.
<<Vieni.>> mi ha detto lui, e io mi sono avvicinato con un po’ di esitazione; aveva lo sguardo ancora abbassato sul suo telefono però, quindi ero ancora in tempo per coprirmi le parti basse con le mani … e così ho fatto.
Mi sono avvicinato a lui in quel modo, e come un soldato davanti al proprio comandante mi sono messo in attesa di ordini.
Gioele ha alzato lo sguardo dal telefono, e vedendo il dove fossero le mie mani si è lasciato sfuggire un mezzo sorriso divertito <<Che stai facendo?>> ha chiesto.
<<N … niente.>>
<<Lo sai che hai un pisello così piccolo che anche in erezioni non si vede, giusto? Non c’è bisogno che lo copri.>> ha continuato lui, allargando di poco il suo sorriso <<A proposito, quanto è lungo? Dodici centimetri? Di meno?>>
Io non ho risposto, ma quelle parole mi avevano fatto vibrare l’intero corpo … non so di cosa però. Forse di rabbia … forse no.
<<Quindi?>> ha incalzato lui <<Te lo sei mai misurato?>>
<<N … no.>> è stata la mia risposta; ero così nervoso che stavo cercando in tutti i modi di evitare il suo sguardo.
<<Misuriamolo adesso allora. Prendi il righello.>> e ha indicato una zona della sua scrivania in cui erano presenti diversi oggetti scolastici, tra cui anche un righello.
Io ho esitato … non volevo assolutamente farlo.
<<Ehi? Sei diventato sordo?>>
<<P … possiamo … possiamo pensare ai compiti per favore? Voglio tornare a casa.>>
Lui si è lasciato sfuggire un sonoro e pesante sospiro <<Prendi il righello.>> ha ripetuto con più decisione e serietà, e a quel punto non ho più potuto resistere; ho preso il righello dal tavolo <<Misuralo.>> ha continuato lui, e notando la mia ennesima esitazione ha aggiunto: <<Vuoi che lo faccia io?>>
<<N … no.>>
<<Allora misuralo. Ma togli le mani. Voglio assicurarmi che non bari.>>
Deglutendo ho obbedito nuovamente; ho appoggiato il righello alla base del mio organo genitale, dopodiché ho provato a fare una misurazione precisa ma … mi tremavano sia le mani che il pene, non ci riuscivo.
Gioele a quel punto ha sospirato <<Avvicinati, faccio io.>>
<<N-no, no! F-faccio io, sono … ehm … q … quattordici …>>
Gioele, spazientito, si è alzato dalla sedia peggiorando solo di più la mia situazione e facendo esplodere il mio nervosismo.
<<A-as … as-aspetta!>> l’ho implorato.
<<Calmati bello. Mica ti devo castrare.>> ha detto lui con un mezzo sorriso mentre si avvicinava <<Dammi qua.>> ha continuato a dire strappandomi il righello di mano <<Faccio io.>>
Ho nuovamente trattenuto il fiato quando Gioele si è accovacciato per prendere meglio le misure; le sue dita non hanno mai sfiorato una singola parte del mio corpo, eppure il mio organo genitale era talmente sollecitato che avevo paura di venirgli in faccia; il suo solo guardarmi il pene stava facendo più effetto di una sega fatta dalla mia fidanzata.
<<Uhm … tredici e mezzo.>> ha detto lui alla fine <<Non male. Ti davo un centimetro e mezzo di meno.>> dopodiché ha indicato la sedia da cui si è alzato <<Ora mettiti lì. Devi finire i compiti, poi puoi andare. Forse.>>
<<F … forse?>>
<<Potrebbe essermi utile una domestica per questa sera. Qualcuno che cucina e poi lava i piatti mentre io sono fuori …>>
Io ho deglutito <<N … non so cucinare.>>
E lui ha ridacchiato divertito <<Dai, mettiti a lavoro. Ma dammi il telefono prima.>>
<<Il … il telefono?>>
<<Sì, il tuo. Almeno faccio qualcosa, altrimenti mi annoio. Hai internet, no?>>
<<S-sì …>>
<<Bene.>>
Io mi sono messo seduto sulla scrivania pronto a fare i suoi compiti, lui invece è uscito un attimo dalla stanza per andare a recuperare una sedia dalla cucina della casa, e tornando si è messo seduto affianco a me … appoggiando i suoi piedi sulla scrivania, proprio ad un soffio dalle mie braccia.
A quel punto il mio organo genitale è letteralmente impazzito, e non solo lui; non pensavo che due semplici piedi mi avrebbero mai scatenato tutte quelle emozioni in corpo, ma in quel momento fu davvero difficile per me non mettermi a salivare come un cane.
Ho fatto di tutto per ignorarlo ma … è stato impossibile; le poche volte che ci riuscivo lui muoveva i piedi e le dita per riprendere la mia attenzione.
Non so come dirlo, e forse sembrerò ripetitivo, ma … erano bellissimi. Avevano una forma semplicemente divina, casellata tanto quanto il resto del suo corpo; unghie ben curate, dita geometricamente impeccabili, pianta liscia e dall’aspetto morbido, forma delicata ed elegante …
<<Quanto ti manca?>> mi ha chiesto ad un certo punto lui <<Non ho tutta la sera, io devo uscire tra poco.>>
<<I … io … io …>>
<<Allora?>>
Ho deglutito, cercando di tenere all’interno della mia bocca la saliva <<Mi manca … ancora un po’.>>
<<“Ancora un po”’? Quanto cazzo sei lento?>>
<<S-scusa … è che sono stanco. Davvero.>>
Lui ha sospirato <<Va bene. Vorrà dire che mangerò prima di uscire, altrimenti farò troppo tardi. Ordino col tuo telefono.>>
A quelle parole un brivido ha percorso il mio intero corpo <<C … cosa?>>
<<Ho fame.>> ha detto lui <<Quindi ordino qualcosa.>>
<<C … col mio telefono?>>
<<Sì.>> ha confermato lui lanciandomi uno sguardo eloquente <<Ho voglia di sushi. E dato che sei stato lento a fare i compiti, per punizione offri tu.>>

Sarà che i prezzi la sera sono gonfiati, sarà che il ristorante di sushi era lontanissimo, ma ho dovuto pagare 100 euro solamente per la sua cena; ha ordinato sushi come se fosse in un “all you can eat”, e io non ho avuto le forze per fermarlo.
E la cosa bella è che quel sushi se lo è mangiato quasi tutto lui.
Quando è arrivato ha detto a me di andare a ritirare l’ordine … e io ero talmente fritto che mi sono alzato e sono andato verso la porta senza considerare il fatto che fossi nudo; quando l’ho aperta il corriere ha fatto un salto per lo spavento e si è subito voltato.
<<Ma che cazzo-?>> ha esclamato, e solo in quel momento mi sono ricordato di essere senza vestiti; la temperatura della casa me l’aveva fatto quasi completamente dimenticare.
<<S-scusa!>> gli ho subito detto nascondendomi dietro la porte <<L-lascia pure per terra, prendo tutto io.>>
Lui ha fatto come gli ho detto e poi se ne è andato senza neanche voltarsi o salutare; probabilmente era o schifato o offeso … o entrambi.
Ho portato dentro tutto quel sushi con le mie sole forze, e l’ho lasciato sul tavolo della cucina; Gioele mi ha ordinato di portargliene un po’ però, e così ho fatto.
Mi stavo abituando a quella situazione: avevo smesso da tempo di esitare e provare ad oppormi, e ormai reagivo ai suoi ordini in modo meccanico.
Mi sono rimesso seduto alla scrivania, ma non per fare i compiti bensì per tornare a godermi i suoi piedi … e la vista era migliorata considerando che ora Gioele stava pure mangiando, cosa che per qualche motivo rendeva la situazione molto più eccitante.
La cosa è andata avanti fino a quando il ragazzo, sazio, si è alzato e stiracchiandosi mi ha detto di darmi una mossa.
<<Ora devo uscire, quindi hai dieci minuti.>>
<<S … solo dieci minuti?>>
<<Hai avuto ,l’intero giorno per farli.>> ha ribattuto lui <<E spero che siano corretti, perché se li hai fatti male giuro che ti uccido.>>
E così, mentre lui si vestiva ho cercato di finire quell’interminabile serie di compiti… ma non ci sono riuscito. Il mio cervello si rifiutava di ragionare. Mi sentivo mentalmente inetto e impotente.
<<Allora? Hai fatto?>> ha incalzato Gioele dopo essersi messo calze e tuta.
<<E … ecco … io …>>
Lui si è avvicinato, ha preso il suo telefono e ha controllato quanti esercizi mi mancassero … poi l’ho sentito emettere un forte sospiro <<Fra’ … te ne mancano ancora cinque!>>
<<Scusa.>>
<<Ma hai qualche ritardo mentale? Quanto cazzo ci metti a fare questa roba? Se li facevo da solo facevo prima!>>
Non ho risposto, mi sono limitato a guardare un punto fisso del pavimento … mi sentivo vuoto in quel momento, così stanco da non riuscire neanche a generare delle emozioni.
<<Sei più utile come domestica che come secchione.>> mi ha detto <<Ora vestiti e vattene. Devo uscire.>>
Io ho lanciato uno sguardo al mio zaino, all’interno del quale c’erano i miei pantaloni e le mutande, e l’idea di rimettermi quella roba addosso mi ha letteralmente rabbrividito.
<<P … potresti prestarmi dei pantaloni? Per favore. Te li riporto domani.>>
<<No.>>
<<D-dai! Per favore.>>
<<No. La mia roba non la do a nessuno, specie a uno che si piscia addosso senza motivo.>>
<<Ti prego!>> l’ho implorato io <<Non posso andare in giro con i miei pantaloni … sono sporchi, puzzano e la macchia di pipì si vede.>>
<<È notte ormai, non la vede nessuno.>> ha risposto lui.
<<C’è ancora un po’ di sole, e poi comunque puzzano.>>
<<Non è un mio problema.>>
<<Ti prego, Gio …>>
Lui ha sospirato <<Va bene. Però me li ricompri.>>
<<Eh?>>
<<Io ti do dei pantaloni e delle mutande, ma non le rivoglio indietro. Me le devi ricomprare queste cose. Chiaro?>>
Io ho deglutito <<Va bene …>>
<<Perfetto. Li compriamo adesso allora.>>
<<A … adesso?>>
Lui mi mostra il mio telefono, che era ancora nelle sue mani <<Sì. Li ordino con questo. Non c’è bisogno di aspettare, facciamolo subito.>>
<<M … ma …>>
<<Metto come destinazione della consegna il mio indirizzo, non ti preoccupare.>>
Io ho deglutito <<V … va bene. Comprati dei pantaloni. E delle mutande. Ma prima di procedere con l’ordine fammelo vedere.>>
<<Certo.>> lui si è avvicinato <<Anzi lo facciamo insieme questo ordine, così vedi anche tu quello che mi compro. Scegliamo gli articoli insieme.>> e detto ciò si è seduto sopra la scrivania proprio davanti a me; si è mosso con estrema naturalezza e noncuranza, però sono certo che sapeva quello che stava facendo.
Una volta seduto ha usato le mie cosce come poggiapiedi, e sebbene ormai non fossero più nudi bensì coperti da dei calzini bianchi la sensazione di avere i suoi piedi a diretto contatto con la mia pelle mi ha bruciato le ultime cellule cerebrali funzionanti che mi erano rimaste.
Resistere alla tentazione di masturbarmi sul posto era così difficile da crearmi dolore.
<<Allora …>> ha detto lui << iniziamo con … dei pantaloncini.>> e dicendo ciò che abbassato lo schermo del telefono affinché potessi vederlo insieme a lui <<Che ne pensi di questi?>>
<<Ehm … c … carini …>>
<<Perfetto. ne prendo … due. Uno rosso e uno nero.>>
<<D-due?>>
<<Sì, due. Poi dei boxer. Questi, sono perfetti. O preferisci questi? Tu che dici?>>
Io ho scosso la testa <<N … non lo so …>>
<<Questi dai. Due. Anzi no. Tre. Servono.>>
<< M … ma io …>>
<<Ora le infradito.>>
<<Eh? Infradito.>>
<<Tra poco è estate fra’, mi servono.>> ha ribattuto lui.
<<M-ma …>>
<<Poi … mi prendo anche questo. E questo. Non costano tanto, non dovrebbe essere un problema, giusto?>>
<<N … no …>>
<<Guarda quanto sono fighi. Anche questo non è male. Me lo prendo, va bene?>>
<<A … aspetta.>> ho iniziato a dire io, mentre l’aria iniziava a mancarmi <<A-aspetta un attimo …>>
<<Uh, questo bracciale è figo. Me ne prendo uno per ogni colore.>>
<<A … aspetta Gio, aspetta …>>
Lui a quel punto ha alzato lo sguardo per incrociare il mio … aveva le dita sullo schermo del telefono, pronte a digitare il nome del prossimo articolo da aggiungere al carrello <<Cosa c’è? Non ti piacciono?>>
<<I … io … io non …>> le parole mi sono morte in gola, mentre gli occhi hanno iniziato a bagnarsi <<non so se … cioè avevamo detto che dovevo ricomprare solo le mutande e i pantaloni, no?>>
Lui si è morso il labbro inferiore e ha sorriso leggermente, un sorriso sicuro di sé, arrogante e terribilmente … sexy.
<<Tranquillo>> mi ha detto piano <<tanto ne hai un sacco di soldi, no?>>
<<S … sì …>>
<<E allora che problema c’è?>>
<<B … beh … io …>>
<<Tranquillo.>> ha detto tornando a concentrarsi sullo schermo del telefono <<Guarda. Mi prendo anche queste … va bene? Non male, eh?>> si trattava di due scarpe sportive nere e rosse … due scarpe piuttosto costose.
<<I … io … non penso che …>>
<<Ti do quelle vecchie.>>
<<Eh?>>
Lui con la testa ha indicato la zona dove ha lasciato le scarpe con cui si era allenato quel giorno, usurate e sporche di terriccio <<Ti do quelle. E tu mi compri queste. Che te ne pare?>>
Stavo tremando e lacrimando in quel momento.
Stavo cercando con tutto me stesso di dirgli di “no”, di mettere un freno a tutta quella pazzia. Però non ci sono riuscito. Il mio pene stava esplodendo, era tra i suoi due piedi e sebbene non li stesse toccando la loro presenza così vicina lo stava facendo impazzire …
<<Le aggiungo al carrello, va bene?>> ha continuato Gioele, parlando con voce leggermente più sottile e delicata … come se mi stesse cercando di sedurre.
<<A … aspetta …>>
<<Shhh.>> lui mi ha asciugato una lacrima con delicatezza, poi mi ha fatto abbassare lo sguardo verso i suoi piedi <<Guarda … come pensi che mi staranno?>>
A quel punto non ho più resistito e gli ho toccato i piedi; ero certo che sarei stato rimproverato, ma lui non mi ha detto nulla e mi ha lasciato fare.
Anche se non ho potuto stringerli del tutto, ciò che ho provato è stato … catartico. I suoi piedi erano caldi, morbidi, soffici … perfetti.
<<Me le compro, va bene?>>
Ho avuto la forza solo di annuire; il mio cervello era troppo impegnato ad assaporare la consistenza dei suoi piedi per prestare attenzione alle sue parole.
<<Mi prendo anche … questo. E questo.>>
Ma io ormai non lo stavo più seguendo, e l’unico pensiero che sono stato in grado di fare mi è uscito dalla bocca sotto forma di patetico balbettio <<P … posso … posso … posso … posso baciarteli?>> ho domandato a quel punto, con le lacrime agli occhi <<Per favore …>>
<<No.>>
Quel “no” è stato detto con estrema tranquillità, ma per me è stato violento tanto quanto uno dei suoi pugni.
<<T … ti prego!>> ho insistito io con le lacrime agli occhi; stavo piangendo come una bambina in quel momento.
<<No.>> ha ripetuto lui con più calma <<Mi sono appena fatto la doccia, non voglio rifarmela.>>
<<M-ma … è solo un bacio. Solo uno.>>
Lui si è strofinato il naso con soddisfazione <<No.>> ha ripetuto con più sicurezza <E ora guarda.>> mi ha mostrato l’ordine completo; c’erano scarpe, polo, bracciali, berretti, cappellini da baseball, boxer, canottiere, occhiali da sole, tute sportive, giubbotto pluffer, pantaloncini, infradito, catenelle … per un totale di poco più di 2000 euro.
2000.
Duemila.
<<Procedo? O vuoi aggiungere qualcosa?>> mi ha chiesto <<Magari … non lo so. Un anello? Non mi stanno bene gli anelli. Forse delle cuffie nuove. Che dici? Mi prendo anche delle cuffie nuove?>>
Io non sapevo cosa dire; non stavo più capendo nulla.
Era tutto così … fuori dalla realtà.
<<Quanti soldi hai nella carta?>> mi ha domandato ad un certo punto Gio.
<<T … tanti …>>
<<Quanti di preciso?>>
<<Cinque …>>
<<Cinque mila?>>
<<Sì.>>
<<Perfetto. Allora mettiamoci anche le cuffie, okay? E … aspetta! E se aggiungo anche uno smartwatch? Non uno costoso eh, uno tranquillo … tipo questo. Non è un problema, no? Rientra nel budget. E se aggiungo anche questo tablet … sì, rientriamo ancora … giusto?>>
<<S … sì …>>
<<Bene.>> mi ha dato il telefono in mano <<Vai. Procedi.>>
Ho lanciato un’ultimo sguardo al totale da pagare …
4879,56 euro.
Praticamente tutti i soldi che mio padre mi aveva messo a disposizione per quell’anno.
<<Ehi?>> mi ha detto Gioele ad un certo punto <<Ci sei?>>
Io l’ho guardato <<G … Gio … io …>>
<<Un bacio.>> ha detto a quel punto lui <<Quando mi arriverà la roba ti farò dare un bacio. Un bacio alle mie nuove scarpe. Al nuovo smartwatch. Alle nuove calze … e poi ti regalo le mie vecchie scarpe. Non male, eh?>>
<<Io …>>
Gioele ha delicatamente appoggiato un suo dito sotto al mio mento, poi ha sollevato il mio volto affinché potessi guardarlo dritto negli occhi chiari.
<<E un bacio ai miei piedi. Subito dopo un mio allenamento. Vuoi darglielo?>>
Ho deglutito <<S … sì …>>
<<Allora procedi con l’ordine. Altrimenti te ne vai a casa nudo.>>
Può sembrare impensabile … ma l’ho fatto. Ho confermato l’acquisto, e ho pagato.
Abbiamo entrambi atteso che la conferma venisse spedita al mio conto, e non appena ho visto i soldi sparire mi sono sentito … svuotato, drenato sia mentalmente che fisicamente.
<<Ah …>> ha esclamato lui con evidente soddisfazione <<Perfetto. Sei una brava cagna, mi piaci. Potremmo diventare amici io e te, sai?>>
<<A … amici?>>
<<Certo. I cani sono i migliori amici dell’uomo dopotutto.>> ha ridacchiato lui <<Comunque ora devi pulire.>> ha aggiunto, facendo cenno di guardare in basso.
Senza che me ne accorgessi ero venuto. Non so il come sia possibile … ma ero venuto senza che niente toccasse il mio pene. Ho avuto un’eiaculazione spontanea.
<<S … scusa …>> ho detto con un filo di voce <<N … non volevo, io … non so … non so cosa …>>
<<Tranquilla.>> mi ha rassicurato lui, asciugandomi un’altra lacrima <<La prima volta è sempre un casino. Imparerai a controllarti.>> ha aggiunto con un sorrisetto divertito <<Ora alzati e pulisci. Poi ti do il tuo premio.>>
Lentamente e stancamente ho obbedito.
Ero talmente stanco che delle volte mi sembrava di sentire i suoni in modo ovattato.
Gioele non ha avuto pietà comunque, perché dopo che ho pulito la sedia è riuscito a spingermi oltre: mi ha fatto lucidare anche la scrivania e poi lo stesso pavimento.
Questa volta non c’è stato nulla di eccitante però, l’ho solamente trovato massacrante. Volevo smettere. Volevo andare via. Ma lui era lì, sempre a un passo da me, sempre pronto a spronarmi a continuare; mi accarezzava la testa come avrebbe fatto con un cane, e continuava a ricordarmi che prima finivo il mio lavoro prima sarei potuto andare via.
Ogni tanto andava in cucina e tornava con del sushi … me lo imboccava mentre io strofinavo il pavimento, e io silenziosamente mangiavo.
<<Brava>> mi diceva <<questi sono i tuoi primi bocconcini. Te li sei guadagnati.>>
Ho passato quasi un’altra ora, circa quaranta minuti, a pulire la sua intera stanza. E una volta finito Gioele mi ha dato il “premio”, cioè le scarpe con cui era andato ad allenarsi quel giorno <<Puoi baciarle se ci tieni.>>
Io le ho guardate … ma non avevo voglia di farci nulla, neanche toccarle.
Ho scosso la testa.
<<Va bene. Mettitele nello zaino, sono tue comunque. Un accordo è un accordo.>>
Ho obbedito per l’ennesima volta, dopodiché Gioele mi ha lanciato delle vecchie mutande e dei pantaloncini da spiaggia, dicendomi che era il massimo che poteva darmi per farmi tornare a casa.
Mi sono vestito senza protestare, tanto ormai mi sembrava tardi per quello, e poi mi ha accompagnato fino alla porta e lì mi ha salutato.
<<È stato bello.>> mi ha detto con un sorrisetto divertito stampato sul volto <<Potrei addomesticarti e tenerti in casa a tempo pieno. Che ne dici?>>
Io non gli ho risposto subito. Non stavo più capendo nulla. Mi sentivo come in un sogno, o come durante una sbronza … e poi avevo sonno, ero fisicamente esausto e mentalmente stanco, pieno di dolori e carico di fatica … e avevo anche fame.
Alla fine ciò che è uscito dalla mia bocca è stato <<Posso avere un altro sushi?>>
<<Abbaia.>>
<< … eh?>>
<<Se abbai te lo do.>>
Ho esitato, poi ho fatto il miglior “woof!” che potessi fare in quelle condizioni.
Lui ha riso divertito <<Aspetta qui>> è corso in cucina, ed è tornato con un piccolo pezzo di sashimi in mano <<Apri la bocca …>> ha detto, e io mi sono fatto imboccare ancora una volta … anzi, questa volta ho fatto di più perché lui si è fatto anche pulire le dita con la mia lingua, ridacchiando divertito <<va bene, basta. Non leccarmi per davvero.>> si è pulito le dita che gli avevo leccato sulla mia maglietta, dopodiché mi ha dato una rapida pacca sulla spalla <<Ci vediamo domani. Non perderti per strada, mi servi per confermare l’arrivo del pacco.>>
<<C … certo …>>
<<A domani.>>
<<A … a domani.>>
Quando Gioele ha chiuso la porta di casa, ho sentito qualcosa … fermarsi. È stato come quando si è così abituati al rumore di sottofondo del proprio frigo che quando si spegne ci si domanda il come mai il “silenzio” sia diventato più silenzioso.
Mi sono sentito di colpo più leggero, come se finalmente l’aria fosse tornata ad essere respirabile.
Il viaggio di ritorno è stato lungo e pieno di rimpianti; mi ricordo di aver pianto nuovamente, di essermi maledetto, di essermi detto cose del tipo “non ci devo mai più parlare!” … in quel momento in effetti la mia ossessione per Gioele si era trasformata in repulsione.
Non lo volevo più vedere. Mi sentivo umiliato, derubato, privato della mia dignità … stavo addirittura riflettendo ad un modo per “vendicarmi” e per annullare l’ordine. Forse potevo dire che qualcuno era entrato nel mio account senza che io lo volessi … forse mi avrebbero creduto e avrebbero annullato il tutto.
Ma ho esitato per qualche motivo, e quando sono tornato a casa e ho aperto lo zaino ho rivisto le sue vecchie scarpe usate, quelle che fino a quel momento mi avevano tormentato.
Le ho prese in mano.
Le ho guardate da vicino, affascinato.
Le ho baciate, cercando di capire se mi piacesse davvero fare una cosa simile.
E infine l’ordine non lo ho annullato.

I giorni successivi al mio primo vero contatto con Gioele furono talmente “normali” da sembrare strani: mi alzavo la mattina, andavo a scuola, stavo con i miei amici, di pomeriggio o tornavo a casa o uscivo con la mia ragazza, ogni tanto studiavo, spesso giocavo ai videogiochi, e poi andavo a letto.
I primi giorni ho anche cercato di evitare Gioele, un po’ per paura e un po’ per vergogna, ma poi mi sono rapidamente reso conto che lui si stava comportando come se non fossi mai andato a casa sua … mi ignorava, ma in modo del tutto naturale.
Le cose non erano tornate completamente alla normalità però. Per prima cosa ho iniziato a rifiutare diverse proposte di uscite e serate con amici e la mia fidanzata, e questo perché non avevo i soldi per permettermelo e non volevo chiederli a mio padre.
A causa della mancanza dei miei 5k ho anche iniziato a mangiare diversamente, e in generale sono stato costretto a negarmi molti dei piccoli sfizi a cui ero abituato.
Ad aver cambiato la mia quotidianità sono state anche le scarpe di Gioele; i primi giorni provavo ad ignorarle, ma già dopo la prima settimana erano tornate come nuove … e non perché le avessi pulite, ma perché le avevo leccate da cima a fondo, lucidandole con la mia saliva.
Ed infine, la mia fidanzata faticava ad eccitarmi. Neanche i porno riuscivano più a farlo. Per avere un erezione dovevo per forza pensare a Gioele, guardare le sue foto o riguardarmi il video che mi ero salvato.
La mia ossessione per lui era gravemente peggiorata, e come se non bastasse dopo la seconda settimana le cose hanno iniziato a cambiare.
Uno degli amici di Gioele, un tipo alto che puzza sempre di fumo ed erba, si è improvvisamente avvicinato a me e senza neanche salutarmi mi ha detto:
<<Lo compri anche a me un orologio?>>
Io l’ho guardato stranito, così come gran parte dei miei amici, e gli ho risposto dicendo:
<<C … cosa?>>
<<A lui l’hai comprato.>> e il tipo ha indicato Gioele, che si era fatto vivo con le cuffie e lo smartwatch che aveva acquistato usando i miei soldi <<Dai, tanto i soldi li hai no? Dammene uno anche a me.>>
A me era gelato il sangue, mentre un paio dei miei amici ci stavano guardando con evidente perplessità sul volto.
Gioele aveva raccontato a tutti quello che era successo …
<<N … non so di cosa stai parlando.>> ho provato a dire io <<In che senso devo comprarti un orologio?>>
<<In quel senso fra’, in che senso sennò? Comprami un orologio. Anche uno di merda, basta che sia figo.>> ha detto lui, ma io ho fatto finta di non capire e quindi lui ha continuato dicendo: <<Se ti faccio annusare i piedi me lo compri?>>
Una mia amica a quel punto è scoppiata a ridere, pensando che fosse una sorta di battuta <<Tu sei tutto scemo.>> gli ha detto, e le sue risate hanno contagiato un po’ tutti permettendomi così di nascondere il nervosismo dietro a un sorriso.
<<Dai!>> ha insistito il tipo <<Ti faccio una foto ai piedi dopo, okay? Poi mi compri l’orologio.>>
<<Hai esagerato con l’erba.>> gli ho risposto io facendo finta di ridere, e fortunatamente il professore ha interrotto la discussione entrando in aula e dando inizio alla lezione.
Il resto della giornata è proseguito più o meno normalmente, ma da quel momento in poi la voce che io avessi comprato uno smartwatch super costoso a Gioele ha iniziato a circolare in tutta la scuola.
Qualche giorno dopo Gio si è presentato indossando una delle sue nuove polo, uno dei suoi nuovi cappellini, e i nuovi pantaloncini … a quanto pare le cose che aveva comprato gli stavano arrivando, una dopo l’altra, e tutti sapevano che ero stato io a comprargliele … o almeno lo sospettavano, dal momento che io continuavo a negarlo.
Lui comunque continuava ad ignorarmi, e io non sapevo bene cosa fare per risolvere la questione. Avrei tanto voluto parlargli, ma come al solito era perennemente circondato dai suoi amici. Ho sperato in un’altra giornata “fortunata” dove lo avrei trovato da solo nell’autobus … ma quella giornata non è mai arrivata.
Ad arrivare è stato un pacco inaspettato però, e aprendolo ci ho trovato dentro delle scarpe sportive di colore rosso e nero … le scarpe che si era comprato Gio.
Erano stupende. Il solo guardarle mi faceva venire l’acquolina in bocca.
Ricordo di averle estratte dalla scatola per esaminarle una per una da vicino; il primo istinto che ho avuto è stato quello di leccarle, ma mi sono trattenuto. Erano nuove di zecca … non mi sembrava il caso di farlo. Le ho annusate però, e ho anche riflettuto sulla possibilità di indossarle ed utilizzarle ma erano troppo grandi per me.
Guardandole ho iniziato ad avere anche delle strane voglie … ho iniziato a chiedermi il quanto fossero “dure”, e il come avrebbero ridotto degli oggetti se messi sotto il loro peso.
Ho iniziato con mettere i miei vecchi giocattoli sotto le scarpe … poi il mio cuscino; mi dava una certa soddisfazione tutto ciò, ma c’era qualcosa che mancava, cioè il peso; dovevo trovare il modo di rendere quelle scarpe pesanti, e purtroppo l’unico modo per farlo era trovare qualcuno che potesse indossarle.
Il mio primo pensiero fu rivolto alla mia fidanzata, ma non gli sarebbero state bene … poi, inevitabilmente, ho pensato a Gioele.
Fino a quel momento non mi era venuto in mente di dargliele. Le aveva comprate coi miei soldi dopotutto, quindi tecnicamente erano mie, e poi l’idea di non averle più a mia disposizione non mi piaceva per niente; le volevo tutte per me.
Però, come al solito, il pensiero di vedere i piedi perfetti di Gioele indossare quelle scarpe si stava rapidamente trasformando in un ossessione … e poi quel ragazzo mi aveva promesso dei “baci” una volta ricevuta la sua roba, baci che, in fondo, avevo tutte le intenzioni di dare.
Non sapevo il come approcciarlo però. Come detto lui era sempre circondato dai suoi amici, sia a scuola che fuori, e non avendo il suo numero non potevo mandargli un messaggio privato; teoricamente faceva parte della chat di gruppo della classe, ma l’applicazione di messaggistica che usavamo non rivelava i numeri privati dei suoi membri, e impediva la possibilità di inviare loro dei messaggi privati se loro non lo consentivano.
Ho provato a scrivergli usando i social, ma lui non leggeva i messaggi; forse ne riceveva troppi considerando che il suo numero di seguaci era salito a 10mila, o forse mi stava deliberatamente ignorando.
L’unica cosa che potevo fare era parlargli direttamente e in presenza dei suoi amici … ma l’idea non mi piaceva per niente; avevo paura di quello che avrebbero detto e di come mi avrebbero guardato.
L’ossessione cresceva però, e così ho deciso di fare una cosa da stalker: ho preso le scarpe, le ho messe dentro una busta, e le ho portate direttamente a casa sua una domenica mattina.
Ero nervosissimo e quasi sicuro di star per fare una brutta figura dinanzi ai suoi genitori, ma quando ho bussato non ho trovato loro dietro alla porta … e neanche lui.
Ad aprirmi è stato un ragazzo che sembrava avere venti anni; aveva un cappellino simile a quelli che indossava sempre Gio, ed era stupidamente enorme se confrontato a me; non gli arrivavo al petto ed ogni singola parte del suo corpo era più robusta della mia controparte.
Braccia grosse e venose, bicipiti dalla rotondità pazzesca, spalle larghe, petto poderoso, cosce e polpacci spaventosi … il tutto condito con delle proporzioni assurdamente perfette.
Ricordo chiaramente che mi si è bloccato sia il cuore che il respiro che il cervello quando l’ho visto; ciò che avevo davanti era un concentrato estremo di virilità e bellezza maschile, e io mi sono sentito piccolo e lurido come un insetto al suo cospetto; addirittura il suo volto era maestoso, gli donava una bellezza regale degna di un fotomodello.
Era un dio. Un dio che mi stava guardando con espressione annoiata e leggermente infastidita.
<<Parla.>> ha detto lui, e solo in quel momento mi sono reso conto di essere rimasto impalato a guardarlo con la bocca semiaperta come un’idiota per non so neanche quanto tempo.
Ma il mio corpo era paralizzato … cercare di muovere anche solo le labbra sembrava un’impresa titanica.
Ho iniziato a tremare.
Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo così; lo sguardo penetrante del ragazzo unito alla maestosità di quel corpo mi stavano friggendo il cervello.
Notando che continuavo a rimanere in silenzio, il ragazzo ha spostato lo sguardo dal mio volto a ciò che avevo tra le mani, e allungando un braccio ha delicatamente ma con estrema decisione sottratto la busta dalle mie dita.
Sempre in paralisi, ho silenziosamente osservato quel gigante aprire la busta, tirare fuori la scatola delle scarpe, aprire anche quella e osservare con vago disinteresse il contenuto.
<<Carine.>> ha detto <<Non sono della mia taglia però.>>
A quel punto ho deciso di scongelarmi, e usando tutte le mie forze ho balbettato:
<<Q-q-quelle … s … sono … sono … sono per G-Gioele … lo … lo conosci?>>
Lui mi ha lanciato uno sguardo abbastanza eloquente <<Secondo te?>> ha risposto.
La mia era stata una domanda stupida in effetti, era ovvio che lo conoscesse, ma in quel momento facevo davvero fatica a pensare lucidamente.
Il ragazzo ha chiuso la scatola e l’ha rimessa nella busta, dopodiché mi ha squadrato per qualche secondo e infine ha detto: <<Tu sei il frocio che ha speso cinquemila euro per mio fratello, vero?>>
“Frocio” …? Io? Quelle parole non mi erano mai state dette da nessuno, e mai le avevo pensate. Ero fidanzato, e fino a quel momento solo le ragazze avevano attirato la mia attenzione. Come potevo essere “frocio”?
La mia attenzione si è rapidamente spostata sull’ultima parte della sua frase però, “fratello”. Quel gigante fatto di muscoli era il fratello di Gioele a quanto pare.
<<Lo prendo per un sì.>> ha continuato lui, notando il mio silenzio <<Gio mi ha detto che sei bravo come domestico, e che ti piace fare il cane. È vero?>>
<<Eh … ehm …>>
Lui ha fatto un mezzo sospiro <<Togliti le scarpe ed entra.>> ha detto a quel punto, e nel sentire quelle parole in me è scattato qualcosa.
Io non sapevo cosa mi aspettava però.
Non avevo la più pallida idea di chi fosse davvero quel ragazzo. Ad averlo saputo sarei scappato senza mai voltarmi indietro, ma invece mi sono tolto le scarpe e sono entrato dentro casa.
Ricordo che nell’aria circolava un leggerissimo odore pizzicante … era stuzzichevole e piacevole, però sfuggente.
Ancora non lo sapevo, ma quell’odore mi avrebbe causato una marea di problemi in futuro.

Mi sentivo strano. Tutto mi sembrava strano, anzi. L’aria profumava di qualcosa di fresco e piccante, e sembrava in qualche modo più facile da respirare, più … leggera forse? Non saprei come dirlo.
I colori erano diventati più accesi, più vivaci; guardarli mi dava un senso di … tranquillità?
E poi c’era il fratello di Gioele. Descrivere ciò che lui mi provocava e il modo in cui mi faceva sentire è veramente molto difficile. In pochi possono comprendere.
Iniziamo dall’inizio però: i suoi movimenti erano ritmici, precisi, calibrati in modo talmente perfetto da sembrare meccanicamente irreali; si muoveva come un orologio, ma senza alcuna interruzione; la sua meccanicità era fluida e naturale.
Tutti quando si muovono hanno un ritmo, un “passo”, e quello del fratello di Gioele sembrava normale ma più lo guardavo più … mi rilassavo. Il suo ritmo era soddisfacente, bello come un video ASMR; non eseguiva un singolo movimento inutile, sembrava un automa … un’intelligenza artificiale dentro al corpo di un essere umano.
<<Mettiti lì.>> mi ha detto lui una volta raggiunta la cameretta di Gio, e io ho fatto come diceva, mettendomi al centro della stanza <<Seduto.>> ha aggiunto lui mentre chiudeva la porta della camera; l’unica sedia presente era quella della scrivania quindi il mio primo pensiero è stato quello di andare lì, ma il ragazzo mi ha appoggiato una mano sulla spalla e mi ha fermato <<A terra.>> ha specificato.
Io gli ho lanciato uno sguardo esitante <<A … a terra?>>
<<Sì. Sei un cane, no? I cani si siedono per terra.>>
<<M-ma … ma io non … non …>>
A quel punto il ragazzo ha fatto un sonoro sospiro e mi ha guardato dritto negli occhi <<Perché sei qui?>> mi ha chiesto.
<<P … per dare le scarpe a Gioele. S-sono … sue.>> è stata la mia risposta.
<<Non è vero.>> ha però ribattuto lui <<Mio fratello mi ha raccontato quello che ti ha fatto. Ti ha fatto pulire il bagno e la stanza completamente nudo. Ti ha svuotato la carta di credito. E in cambio ti ha dato solo un paio di scarpe vecchie … Una persona normale non sarebbe qui oggi.>>
Io ho subito distolto lo sguardo.
No … una persona normale non sarebbe mai andata lì in effetti. Una persona normale avrebbe denunciato Gioele e forse avrebbe anche cambiato scuola.
Ma io non ero normale, anche se a dirla tutta neanche io sapevo bene il motivo per cui fossi lì. Perché avevo deciso di andare da Gioele quella domenica? Fino a quel momento non ci avevo davvero pensato, avevo solamente agito d’istinto provando a giustificare le mie azioni con mezze riflessioni fatte sul momento.
“Ci vado per parlarci” mi dicevo, ma non sapevo di cosa volevo davvero parlare.
“Ci vado perché devo dargli le sue scarpe” era un’altra delle risposte, ma poi? Una volta dategli le scarpe cosa avrei fatto? Cosa gli avrei detto?
In realtà a queste cose non ho pensato perché non ci volevo pensare. Non volevo costringere la mia coscienza ad ammettere che il vero motivo per cui volessi andare lì era un altro.
<<Quindi?>> ha incalzato il ragazzo <<Perché sei qui?>>
<<N … non lo so.>> ho risposto nervosamente; stavo iniziando ad agitarmi.
<<Gio mi ha detto che ti aveva promesso di farti baciare tutte le nuove cose che si era comprato. Sei qui per quello? Per baciargli le mutande che gli hai pagato? Vuoi il tuo … “regalino”?>>
Io avevo lo sguardo fisso sul muro e il fiato corto; non sapevo cosa rispondere. Ero lì per quello? Per … baciarlo? Mi aveva promesso che mi avrebbe fatto baciare tutte le cose che avevo comprato, a partire dalle nuove scarpe. Ero lì per quel motivo?
<<No …>> ho risposto piano.
<<No? Sicuro?>>
<<Sì.>>
<<E allora perché sei qui?>>
Ho deglutito <<Io … n … non ne sono sicuro …>>
<<Guardami in faccia quando ti parlo.>>
Quelle parole sono state date con così tanta autorevolezza che l’idea di disobbedire non mi è neanche passata per la mente; ho alzato lo sguardo verso di lui, e ricordo di aver pensato che la sua espressione fosse indecifrabile … aveva un volto a metà tra il severo, il disinteressato e l’annoiato.
<<Ti rifaccio la domanda. Voglio una risposta.>> mi ha detto guardandomi dritto negli occhi <<Perché sei qui?>>
Io ho deglutito nuovamente. Non avevo idea di cosa dirgli perché neanche io conoscevo la risposta, e così ho aperto la bocca e ho lasciato parlare il mio istinto: le parole che uscirono da lì sorprisero anche me.
<<Sono qui perché voglio essere il suo cane.>>
Mi resi conto della gravità delle mie parole solo dopo averle dette ad alta voce, ed ormai era troppo tardi per rimangiarle, così sono rimasto in silenzio e in attesa del suo giudizio.
Mi aspettavo una risata, una domanda confusa, un insulto, uno scatto di rabbia … invece il ragazzo ha indicato la parte di pavimento subito affianco alla scrivania dicendo: <<Mettiti a cuccia lì allora. I cani si siedono per terra.>>
A quel punto il mio intero corpo si è sciolto. Tutta la tensione, il nervosismo, la paura, l’ansia … tutto si è dissolto nel nulla, lasciando spazio ad una felice e rilassante sensazione di rassegnazione.
Il mio cervello ha finalmente deciso di smettere di negare e scappare dalla realtà, ha deciso di accettarla: io ero andato lì quella domenica per uno e un solo semplice motivo, ovvero l’obbedire agli ordini di Gioele come un domestico, un cane da compagnia … uno schiavo.
Ero lì per quello. E quando il fratello mi ha dato quell’ordine l’ho finalmente capito ed accettato.
Ho obbedito, questa volta senza pensare, senza fare domande. Ero andato lì per quello dopotutto.
Il ragazzo mi ha seguito con lo sguardo in silenzio; mi osservava con la stessa durezza di un sergente e io non capivo se fosse arrabbiato o meno.
Una volta a terra lui ha impartito un altro ordine.
<<Svuota le tasche.>>
Anche quella volta non ho riflettuto sulle mie azioni: ho preso tutto ciò che avevo in tasca e l’ho tirato fuori, allungandoglielo come farebbe un bambino.
Lui si è quindi chinato e ha osservato ciò che avevo in mano: telefono, portafogli, qualche cartaccia, delle monete e le chiavi di casa.
La prima cosa che ha preso è stato il telefono; se lo è rigirato per le mani studiando rapidamente il modello, poi l’ha buttato sul letto.
Ha continuato prendendo le chiavi e le monete, appoggiandole sulla scrivania.
Infine ha preso il portafogli, lo ha aperto, ha tolto le poche banconote che avevo e le ultime monetine che mi rimanevano, si è anche preso la mia carta, ed ha appoggiato il resto sulla scrivania.
<<Da ora fino a quando non te lo dirò io, non voglio sentire una parola da te.>> mi ha detto a quel punto <<I cani non parlano. Capito?>>
<<Capit->> ho provato a rispondere, ma sono stato zittito da uno schiaffo che è arrivato con la stessa rapidità e violenza di un fulmine.
Il mio sistema nervoso è andato completamente in tilt e ho perso ogni funzione sensoriale in un singolo istante; sono rimasto in uno stato di stordimento totale per alcuni attimi, poi piano piano ho iniziato a riprendere i sensi.
Avevo i suoni ovattati e la vista appannata, gli arti mi tremavano per lo spavento e l’impatto improvviso, il mio cuore stava battendo all’impazzata e la guancia destra sembrava che stesse andando a fuoco per quanto mi bruciava … però quello schiaffo mi era piaciuto. Per qualche strano assurdo e malato motivo, il dolore che provavo mi stava piacendo.
Il ragazzo ha atteso che io mi riprendessi dal colpo, dopodiché mi ha guardato dritto negli occhi e ha ripetuto con più fermezza le parole: <<I cani non parlano. Capito?>>
Ho annuito.
<<Bene.>> mi ha dato due pacche sulla testa, dopodiché si è buttato sul letto di Gio prendendo con una mano il mio telefono e con l’altra il suo: non parlava, non mi guardava, ma sapevo il cosa voleva fare … voleva trasferire i suoi dati nel mio e viceversa, così da scambiarci i telefoni.
Io sono rimasto in silenzio a guardarlo. Inizialmente avevo il cuore che batteva forte, l’idea di perdere il telefono non mi piaceva un granché, quell’aggeggio mi era costato quasi duemila euro … se l’avessi perso papà se ne sarebbe accorto di sicuro e si sarebbe infuriato.
Poi però il mio sguardo si è abbassato sulle sue gambe stupidamente muscolose, e ancora più giù, sui suoi piedi coperti da dei corti calzini neri … e sono rimasto come incantato, rapito dalla bellezza di ciò che vedevo.
Mi sono calmato, mi sono rilassato, e mi sono goduto il momento.
Sì, stavo per perdere altri 2mila euro, ma che importava? Li avrei recuperati in un modo o nell’altro, mentre quella visuale … quella visuale era una cosa irrecuperabile. Neanche fare una foto avrebbe fatto giustizia a ciò a cui stavo guardando.
Poco dopo ho sentito una porta lontana aprirsi e dei passi lungo il corridoio della casa; un attimo dopo anche la porta della stanza si è aperta, e voltandomi ho visto Gioele entrare in camera.
Era più elegante del solito: pantaloncini, camicetta bianca, occhiali da sole, calzini grigi …
<<Fra’>> ha detto Gio rivolto al fratello <<come sto?>>
Il fratello ha alzato leggermente lo sguardo verso di lui <<Bene.>> ha semplicemente detto, dopodiché è tornato a guardare i due telefoni.
<<Tu sei sicuro di non voler venire?>>
<<Sì.>>
<<Ci saranno quasi solo donne questa volta.>>
Lui ha fatto spallucce <<Tutte tue.>>
<<Che gay che sei. C’è pure Silvia. Quella si fa pisciare in bocca.>>
<<Non mi va. Oggi volevo andare da Giacomo … però mi sa che rimango a casa. Voglio giocare un po’ con lui.>> e mi ha indicato col mento.
Gioele a quel punto si è finalmente voltato verso di me <<Già, a proposito … che ci fa lì quello?>>
<<È il nostro nuovo cane.>> ha risposto il fratello.
<<Fra’ … sta in classe mia lui.>>
<<E quindi?>>
<<Quindi non può stare qui.>>
<<Non l’ho portato io qui, ha bussato lui alla porta. È venuto a darti le scarpe.>>
Gioele ha mantenuto lo sguardo su di me per qualche secondo, poi ha fatto un mezzo sospiro <<Beh … se non gli fai male mi va anche bene.>> ha detto <<Però deve tornare a casa sua questa sera.>>
<<Certo.>>
<<E dove sono le scarpe? Le provo subito.>>
<<Nah, non ti stanno bene con quel completo.>> gli ha però detto il fratello.
<<Dici?>> Gioele si è guardato, poi grattandosi la testa ha annuito <<Mi sa che hai ragione. Mi metto quelle bianche?>>
<<Meglio.>>
Mentre Gio finiva di vestirsi e continuava a parlare con il fratello, io sono rimasto seduto lì a terra, a guardarli.
È stata un esperienza strana quella.
Non capivo bene il cosa stesse succedendo e né potevo immaginare il come sarebbe finita la storia, però mi piaceva stare lì, seduto per terra a guardare due dei ragazzi più fighi che avessi mai visto dal vivo, inoltre l’essere totalmente ignorato stava in qualche modo rendendo il tutto più eccitante.
Ho guardato i due fratelli avidamente mentre Gio si metteva gli accessori e si dava l’ultima sistemata ai capelli e ai vestiti; parlavano tra di loro come se io non esistessi, dandomi la possibilità di godermi i loro piedi e la loro presenza senza dovermi giustificare.
Alcune parti dei loro discorsi erano anche molto interessanti. Hanno parlato di ragazze e di come gli piaceva scoparsele; ho scoperto che a Gio piace tirargli i capelli e prendergli a schiaffi i seni, mentre al fratello piace legarle. Hanno parlato poi di comitive di amici con cui spesso escono e fanno a botte; ho capito che molto spesso cercano di istigare delle risse per pura noia. Hanno anche parlato di sport e di come … non potessero farlo? Da quello che ho capito potevano prendere parte agli allenamenti senza problema, ma gli era vietato partecipare alle competizioni per qualche motivo.
E alla fine hanno anche parlato di me.
<<Ma quindi lui?>> ha chiesto Gioele una volta finito di vestirsi.
<<Lo addomestichiamo, no?>> è stata la risposta.
<<Non fargli male.>> si è assicurato di ripetergli Gio.
<<Tranquillo. So cosa fare.>>
<<Va bene. A dopo fra’.>>
<<Ciao.>>
Quando Gioele ha chiuso la porta della stanza lasciandomi da solo col fratello, mi sono reso conto di una cosa: quando si sono messi a parlare di me il cuore ha iniziato a battere per l’emozione, e dopo che Gio si è chiuso la porta dietro lasciandomi in stanza tutta quell’emozione se ne è andata, lasciando spazio solo a un senso di vuoto e attesa …
In quel momento ho capito cosa provano i cani.

Il fratello di Gioele era sdraiato sul letto; stava guardando un video al telefono e mi stava completamente ignorando da almeno un’ora.
Io ero stanco. Stare seduto a gambe incrociate per così tanto tempo si era rivelato parecchio faticoso. Avevo bisogno di muovermi, di stiracchiarmi, di riposizionarmi … ma ogni volta che ci provavo il ragazzo mi fermava subito, ricordandomi che era lui a dovermi dare il permesso di muovermi.
È stata un’ora piuttosto sfiancate, e le uniche fonti di soddisfazione erano l’odore pizzicante che per qualche motivo si sentiva ancora, e guardare la gamba del ragazzo, lasciata fuori dal letto con le dita dei piedi che sfioravano il pavimento; quella gamba si muoveva su e giù con ritmica lentezza, e mi sono sentito quasi ipnotizzato nel fissarla.
Quel ragazzo comunque aveva qualcosa di strano. Forse era la stanchezza, forse la noia, però delle volte mi lasciava delle impressioni quasi … oniriche.
Nei sogni quando qualcuno ti guarda, tu te ne rendi conto anche se non lo vedi; sai di star venendo osservato perché, teoricamente, il sogno è fatto dal tuo cervello, che quindi ne conosce ogni dettaglio.
Delle volte, quando guardavo per troppo tempo il pavimento o il muro della stanza, sentivo lo sguardo del fratello di Gioele addosso; non era un’impressione però, era una certezza assoluta; lo sguardo di quel ragazzo sembrava percepibile.
Anche i suoi occhi erano strani. Ogni tanto sembravano cambiare colore, ma solo quando li si guardava con la vista periferica.
Tutti questi dettagli non mi hanno impedito di annoiarmi a morte però; non avrei mai immaginato che il non fare nulla potesse essere così stancante.
<<Fai il cane.>> ho sentito dire ad un certo punto dal fratello di Gioele.
L’ho guardato, un po’ stordito … “fai il cane”? Che significava? Dal mio punto di vista già lo stavo facendo il cane, ero seduto a terra da più di un’ora, ma riflettendoci un po’ ho capito cosa intendeva.
Ho iniziato a muovermi a quattro zampe, timidamente … e notando che lui non mi stava dicendo nulla ho preso più coraggio e ho iniziato a gattonare in giro per la stanza, proprio come farebbe un cane.
Il fratello a quel punto si è tirato su e mi ha guardato <<I cani non si muovono così.>> mi ha detto <<Abbassa quella testa. Il naso deve stare per terra. Devi annusare il pavimento ad ogni passo.>>
<<S-scu>>
<<E non parlare.>>
Ho provato a fare come diceva ma trovavo davvero difficile gattonare e avere la testa così vicino al pavimento da poterlo annusare, anzi pensavo fosse impossibile fino a quando lui non è balzato giù dal letto e si è chinato affianco a me.
<<Le braccia le devi mettere così.>> mi ha detto prendendomele e poi tirandole in avanti, costringendomi così a piegarmi <<E la testa deve stare qui.>> ha aggiunto mettendomi una mano sulla nuca e poi spingendo con forza verso il basso; il mio corpo ha istintivamente provato a reagire alla sua pressione, ma probabilmente lui non se ne è neanche accorto <<E ora apri un po’ le gambe. E i gomiti devono toccare terra. Esatto … bravo. Ora prova a muoverti … Sì. Così devi fare. Bravo.>>
Fatto ciò è tornato sul letto.
Nella posizione in cui mi sono ritrovato ero incredibilmente scomodo; avevo la schiena terribilmente inarcata, le braccia per muoverle dovevo farle strisciare, e il collo mi faceva male da morire … ma ho provato ad accontentarlo e a muovermi così per un po’ intorno alla stanza.
<<Non ti sento annusare.>> ha detto lui ad un certo punto <<Annusa. I cani annusano tutto.>>
Ho iniziato ad annusare il pavimento, anche se c’è da dire che non c’era molto da annusare lì; la stanza è splendidamente pulita, e il pavimento aveva un vaghissimo odore di sapone misto a qualcosa di piccante.
In alcune zone l’odore piccante era leggermente più intenso però, e così ho iniziato a seguire quello; muovendomi, l’odore piccante diventava sempre più forte, fino a quando non mi ha portato esattamente davanti ai piedi del ragazzo, che era seduto sul letto ma teneva i piedi sul pavimento.
Erano più grandi di quelli di Gio … un piede probabilmente mi copriva l’intero volto; la loro forma era egualmente elegante però, così attraente da farmi venire voglia di annusare da più vicino.
L’odore piccante si faceva più forte e intenso ad ogni centimetro di distanza che coprivo, e si miscelava all’odore più riconoscibile e normale di piedi sudati; le cose erano due, o i suoi calzini erano la fonte dell’odore piccante, oppure erano i suoi piedi.
Mi sono avvicinato ancora fino a quando il mio naso non ha sfiorato le sue dita.
Stavo impazzendo.
Il suo piede era la fonte di quell’odore … anzi no, di quel profumo.
Un profumo pizzicante e invitante, un profumo che portava sia la gola che il naso a volerne assorbire di più, un po’ come le bibite gassate che stuzzicano la lingua e la gola affinché vengano bevute di nuovo.
Un profumo terribilmente buono e assuefante.
Un profumo terribilmente … delizioso.
Ho iniziato a fare respiri sempre più grandi e lunghi, e ricordo perfettamente che mi è anche venuta l’acquolina alla bocca.
Lui a quel punto ha fatto qualcosa che mi ha fatto letteralmente impazzire; avendo la mia faccia ad un soffio da un suo piede, lui ha spostato quello libero sopra di me, appoggiandolo con pesantezza sulle mie spalle.
Il mio organo genitale è partito in quarta, e il mio cervello invece ha tirato il freno a mano; si erano dati il cambio, e da quel momento a comandare sarebbe stata la parte bassa del mio corpo.
La prima cosa che feci fu affondare la mia faccia sul suo piede perché volevo assorbire quanto più di quell’odore piccante possibile, e nel farlo qualcosa di incredibile ma anche inspiegabile è successo …
Immaginatevi di toccare dell’acqua bollente, o dell’acido, con una mano. Si prova dolore, giusto? Ora immaginatevi che al posto di provare dolore si provi invece piacere. Immaginatevi di immergere una mano dentro dell’acqua bollente che al posto di bruciarvi dal dolore vi bruci dal piacere.
Strano, vero? Beh, è quello che è successo quando ho strisciato il mio volto sul piede del fratello di Gio; tutto ciò che è entrato a diretto contatto con lui ha iniziato a “bruciare di piacere”.
Quella è stata una sensazione che non ho mai provato in vita mia, che niente e nessuno mi aveva mai causato … una sensazione impossibile da spiegare a voce, una sensazione che può essere solo vissuta.
Ho iniziato a strisciare con più forza la mia faccia sul mio piede, e più forza ci mettevo più il “bruciore di piacere” aumentava; forti brividi partivano dalle parti a contatto con la sua pelle e percorrevano tutto il corpo, brividi simili a quelli che si hanno quando qualcuno ti fa dei grattini.
Mi sentivo in paradiso …
Quel piacere non era sessuale comunque, era molto più simile alla sensazione di benessere che si prova quando si viene accarezzati … ed è solo migliorato quando, spinto dalla foga, ho aperto la bocca e tirato fuori la lingua e l’ho appoggiata sopra ad un suo dito.
Ho scoperto che l’odore piccante aveva anche un sapore altrettanto piccante … però in genere il peperoncino crea dolore e fastidio, mentre il suo piede aveva creato una sensazione molto simile a quella del peperoncino, ma inversa: invece di darmi dolore mi dava altro piacere.
Stavo impazzendo.
Anzi, ero impazzito.
Ad un certo punto il suo piede si era trasformato in un ghiacciolo per me perché lo stavo leccando con tutte le mie forze; ero andato completamente fuori controllo, non stavo più ragionando, credo di aver anche perso la cognizione del tempo.
Leccargli il piede ha avuto lo stesso effetto che ha avuto annusarglielo; ogni leccata diventava sempre più lunga, e ogni volta provavo a tirare fuori sempre più lingua; volevo far in modo che ogni parte della mia lingua toccasse il mio piede, così da poterla far bruciare di piacere come il resto del mio volto.
È successo anche con le mani, toccandogli il piede anche quelle si erano messe a bruciare di piacere, ma la cosa peggiore (o forse migliore) è stata quando ho deciso di arrendermi ai miei impulsi e ho iniziato a mordere.
Leccarlo infatti non era più abbastanza per me. Volevo quella dolce sensazione dentro la mia bocca, sotto la lingua, infondo alle guance, e poi giù nella gola e nello stomaco.
Sì … in quel momento volevo mangiarlo. In quel momento non stavo pensando, ero diventato un cavernicolo.
Però ricordo una cosa particolare: sebbene la pelle sotto alle sue calze sembrasse morbida e soffice, i miei denti non riuscivano ad andare di un singolo centimetro oltre; non importa la forza che immettevo nei miei morsi, non riuscivo minimamente ad affondare nella sua carne … mi sembrava di star mordendo un pezzo di metallo.
A me non dispiaceva comunque. Sebbene il suo piede fosse innaturalmente duro, ai miei denti piaceva sbatterci contro. E così ho iniziato a mordicchiarlo, e poi a leccarlo, e poi a mordicchiarlo di nuovo … ero come un cane che tentava di mangiarsi un osso.
Non so per quanto tempo sono rimasto lì … ma se fosse stato per me probabilmente ci sarei rimasto per sempre.
Lui però si è stancato dopo un po’, e ha tolto il suo piede da davanti alla mia faccia affiancandolo a quello che aveva sopra di me, rendendolo così irraggiungibile.
A quel punto mi sono ritrovato con un peso davvero notevole sulla schiena, ma non ci ho fatto molto caso perché la mia attenzione è stata subito attirata da ciò che il piede del ragazzo si era lasciato dietro, ovvero una gigantesca orma stampata sul pavimento e fatta dal suo sudore …
Non potevo chiedere un regalo d’addio migliore.
Ho avvicinato il mio naso all’orma fino a toccare il pavimento; l’odore era ancora presente, era ancora forte, ma era decisamente meno intenso di prima e molto meno soddisfacente; quel fattore, unito all’enorme voglia che avevo di ritornare a sbattere la mia faccia sul suo piede, mi ha portato a fare una cosa che mai avrei pensato di fare in vita mia: mi sono messo a leccare anche il pavimento.
Ho visto molto spesso i cani farlo … li ho visti mangiare dei croccantini, magari dei pezzi di carne, e poi leccare il pavimento sul quale erano state appoggiate quelle cose.
L’ho sempre trovato stupido io. Non mi sono mai messo a leccare i piatti su cui ho mangiato, e non ho mai leccato neanche le posate a dire il vero … ma in quel momento, ancora una volta, mi sono trovato a comprendere le decisioni dei cani.
Ho leccato ferocemente e avidamente ogni centimetro sul quale il piede del fratello di Gio si era appoggiato, e sono andato avanti a lungo, per minuti e minuti senza fermarmi, fino a quando il suo sapore non era svanito del tutto.
Io non ho mai fumato né bevuto alcolici, però a causa di quel momento so cosa significa soffrire di astinenza: i polmoni, il naso, il volto, la lingua, addirittura i denti … tutte quelle cose stavano morendo dalla voglia di tornare a sbaciucchiare i piedi del ragazzo, e il non poterlo fare li stava facendo soffrire.
Il dolore era tornato a farsi sentire più forte che mai.
E parlando di dolore, i suoi piedi sopra la mia schiena stavano diventando insostenibili: la posizione che avevo era stata mantenuta per troppo tempo, forse anche più del dovuto, ed era decisamente scomoda … però non riuscivo a muovermi; i suoi piedi erano davvero pesanti, e io non volevo fare cose che potessero dargli fastidio, il che mi ha portato a continuare a stare in quella posizione ancora per un po’.
In breve tempo il mio corpo ha iniziato a tremare dal dolore però. Dovevo muovermi. Non potevo rimanere lì sotto e in quella posizione ancora a lungo. Però cercavo di resistere, stavo cercando di rimandare quel momento il più lontano possibile, un po’ come quando si deve andare in bagno la notte ma non ci si vuole alzare dal letto … e così ho chiuso forte i pugni, ho stretto forte i denti, e ho resistito il più che potevo.
Ma non potevo resistere a lungo.
Quando le mie forze si sono esaurite mi sono completamente accasciato a terra, abbandonandomi al peso dei suoi piedi.
<<Da quando sei diventato un tappeto?>> ha domandato lui.
Io non ho risposto: non avevo l’aria per farlo.
<<Dai, torna su.>>
Non mi sono mosso, quindi lui ha tolto i piedi da sopra alla mia schiena e ha ripetuto l’ordine.
<<Torna su.>> ha detto <<E guardami in faccia.>>
Lentamente, questa volta ho obbedito.
Mi sono tirato su con estrema fatica, e ho alzato lo sguardo verso di lui.
Lui ha appoggiato un suo dito sotto al mio mento mentre sorreggermi meglio il volto, e da quel semplice contatto è partito un altro brivido di piacere.
In un lampo di lucidità mi sono ricordato dello schiaffo che mi aveva dato prima; fu uno schiaffo piuttosto violento, così forte che aveva mandato in tilt il mio sistema sensoriale, però non mi aveva fatto male … non mi aveva causato dolore … anzi, la guancia colpita stava bruciando di piacere.
Non è stato un caso quindi. A quanto pare, toccare quel ragazzo mi faceva questo effetto … per qualche strano motivo.
<<Apri la bocca.>> mi ha detto, e io ho obbedito <<Di più.>> la ho aperta di più <<Ancora.>> ancora di più; stavo per rompere la mandibola <<La lingua fuori.>> l’ho tirata fuori <<Di più.>> l’ho spinta ancora più fuori <<Ancora un po’.>> ho chiuso gli occhi e ho attinto ad ogni muscolo che potevo muovere pur di farla uscire ancora di qualche centimetro <<Apri gli occhi. Guardami.>> a fatica l’ho fatto … e ciò che ho visto è stato tanto spaventoso quanto eccitante.
Si è, con molta calma e lentezza, preparato uno sputo gigantesco … dopodiché lo ha lentamente fatto calare sulla mia lingua.
Era … piccante.
Lui mi ha preso la lingua con due dita, per tenerla ferma, dopodiché ha iniziato a far scivolare l’enorme bile dentro la mia bocca, fino alla mia gola; ogni zona toccava dalla sua saliva esplodeva di felicità e gioia.
<<Ingoia.>> mi ha detto alla fine, e non me le sono fatto ripetere due volte.
Ho ingoiato.
Ho sentito la sua saliva scivolare nella gola fino a raggiungere lo stomaco.
E una volta lì … ho continuato a sentirla.
<<Ho letto da qualche parte che se sputi in bocca ad una persona e quella ingoia come hai fatto tu … non è più una persona, ma la tua cagna personale.>> ha detto a quel punto il ragazzo <<Vediamo se è vero.>>
Non ho la più pallida idea di cosa stesse succedendo … ma mi stavo nuovamente eccitando.

Il ragazzo era uscito dalla stanza un attimo, e quando è tornato lo aveva fatto con in mano un borsone da palestra.
<<Mettiti al centro della stanza.>> mi ha ordinato <<E spogliati.>>
In passato avrei esitato nell’obbedire ad un ordine del genere considerando che avevo il pene duro ed eretto, il fratello di Gio non mi aveva mai visto nudo dopotutto, ma in quel momento non ci ho minimamente pensato; ho agito a cervello spento, togliendomi i vestiti il più rapidamente che potevo.
Il ragazzo ha tirato fuori dal borsone un pennarello nero grosso e metallico; conoscevo quello strumento, serviva a creare dei falsi tatuaggi. L’inchiostro di quel pennarello è molto forte e si appiccica con violenza alla pelle; non può essere tolto usando della semplice acqua con del sapone, però non è permanente e dopo un po’ sparisce, in genere dopo un mese.
Non è un oggetto facile da trovare, l’ho solo visto nelle mani dei tatuatori io; lo utilizzano per fare tatuaggi ai bambini oppure ad adolescenti che hanno voglia di “provare nuovi stili” per un po’. Non so il perché lui lo abbia, ma una volta preso si è avvicinato a me con quello in mano, e guardandomi mi ha subito fatto capire le sue intenzioni.
<<Stai fermo.>> ha detto mentre mi prendeva per una spalla con una mano.
La forza della sua presa era spaventosa; ho sentito un esplosione di piacere provenire dalle zone in cui la sua pelle è entrata in contatto con la mia, seguita però dalla forte pressione messa dalla sua mano; le sue dita erano andate in profondità tra la mia carne, alcune hanno raggiunto le mie ossa con facilità.
Tenendomi così fermo, ha iniziato a “marchiarmi” partendo dal petto, appena sopra ai capezzoli; l’inchiostro inizialmente sembrava colla per quanto era forte ed irritante, ma la mia pelle si è abituata subito ed è diventato un po’ come avere addosso della cera asciutta.
Il suo marchio era in realtà una scritta: il nome di Gioele, preceduto dalla frase “Proprietà Personale di” e seguita dalla data di oggi.
Mentre lui scriveva io non potevo fare a meno che osservare i perfetti lineamenti delle sue braccia: robuste, muscolose, venose, terribilmente mascoline … le mie braccia paragonate alle sue sembravano quelle di un bambino; ogni parte di lui esprimeva virilità e superiorità fisica, addirittura le dita dato che erano il doppio più tozze delle mia.
<<Girati.>>
Io ho obbedito e lui si è messo a lavorare sulla mia schiena; ho provato a cercare di capire cosa stesse scrivendo, ma non sono riuscito a comprendere neanche una lettera. La mia schiena non è molto sensibile.
Quando ha finito di scrivere sulla mia schiena si è chinato e si è messo a scrivere sul mio sedere; quella cosa ha fatto impazzire di gioia il mio organo genitale, che ha iniziato a fare su e giù dall’eccitamento, anche se alla fine non è successo nulla di particolare.
<<Credo che dovrò sistemarti un po’ il pelo.>> ha detto lui ad un certo punto.
Quelle parole hanno bruscamente frenato il mio eccitamento: che intendeva dire con “sistemare un po’ il pelo”?
Beh l’ho scoperto subito.
Ha tirato fuori dalla borsa una macchinetta da barbiere, e tornando verso di me si è letteralmente messo a tagliarmi i peli che avevo sul culo.
In quel momento non sapevo cosa pensare. Sentivo un viscerale senso di umiliazione percorrermi il ventre, però allo stesso tempo stavo fremendo dall’eccitazione … essere umiliato in quel modo mi stava piacendo, forse troppo.
<<Girati.>>
Mi sono ancora una volta girato, e lui si è messo a tagliarmi i peli pubici senza neanche avvertirmi; per aiutarsi con il lavoro appoggiava la mano libera in diverse parti del mio corpo (tra le cosce, sui fianchi …) ma evitava di toccarmi in posti troppo sensibili come le chiappe o i testicoli.
Una volta finito anche coi peli pubici ha recuperato il pennarello e ha scritto alla base del mio pene: “colpisci qui” con una freccetta che indicava verso il basso, presumibilmente i testicoli.
A quel punto ha chiuso con il tappo il pennarello e mi ha guardato con un’espressione soddisfatta sul volto, come quella che farebbe un artista al termine di una commissione … poi però i suoi occhi si sono soffermati appena sopra il mio volto, sui miei capelli … e ha ripreso in mano la macchinetta, accendendola.
<<N … no, aspetta.>> ho esclamato a quel punto, facendo un esitante passo indietro.
Lui è rimasto quasi stordito dalla mia improvvisa e inaspettata protesta, e mi ha guardato con aria quasi perplessa <<Uh?>>
<<M … mi vuoi tagliare i capelli?>>
<<Zitto e vieni qui. I cani non parlano.>>
<<N-non posso. I-io ho un matrimonio tra pochi giorni. Papà mi ha portato da un barbiere sp->> ma sono stato zittito da un rapido schiaffo.
<<Torna qui e fai silenzio.>>
Io ho esitato, ma poi ho scosso la testa <<N … non posso …>> ho detto con voce tremante e spaventata.
Lui a quel punto ha sospirato leggermente e ha fatto un passo verso di me <<E quindi che vorresti fare?>> ha chiesto fermandosi proprio ad un soffio da me.
<<In … in che senso?>>
<<Ti voglio tagliare i capelli.>> ha detto mentre una sua mano si appoggiava delicatamente al mio volto, facendomi gemere dal piacere <<E voglio sapere come pensi di fermarmi.>> ha aggiunto mentre passava il pollice sulle mie labbra.
La sua mano emetteva lo stesso odore dei suoi piedi, solo in modo molto più leggero e … “asciutto”, laddove l’odore dei piedi era più pesante ed umido.
Io ho deglutito mantenendo gli occhi fissi sui suoi: mi stava guardando con un’espressione indecifrabile ma decisamente determinata, mentre io stavo visibilmente tremando.
Ho sentito la macchinetta accendersi.
<<Ora io ti taglio i capelli.>> ha detto piano, quasi come un sussurro <<Tu cosa fai?>>
Sono rimasto in silenzio.
Non sapevo cosa rispondere.
Non volevo scappare, e neanche combattere. Volevo obbedire. Volevo abbassare la testa e fare quello che mi diceva.
Lui nel frattempo aveva portato la sua mano al mio collo, dopodiché ha iniziato a stringere … piano, poi sempre più forte, dal basso verso l’alto … non stava cercando di soffocarmi, ma di sollevarmi.
Ho sentito il mio respioe diventare pesante e faticoso, il peso del mio corpo concentrarsi sul collo, i piedi perdere l’appoggio del terreno, la testa iniziare a pulsare dal dolore … mi stava davvero sollevando da terra con una sola mano!
Istintivamente, seppur con esitazione e timidezza, mi sono aggrappato al suo avambraccio con le mie mani; da una parte cercavo di liberarmi, da un’altra cercavo di bilanciare il peso affinché non ricadesse tutto quanto sul collo.
<<Quindi?>> ha sussurrato lui; per sentirlo bene ero stato costretto a concentrarmi sulle sue labbra … perfette anche quella sia nella forma che nelle dimensioni, al pari se non meglio di quelle della mia ragazza <<Cosa vuoi fare?>>
Non ho risposto, e questa volta non potevo neanche farlo.
So solo che, ad un certo punto, il mio organo genitale si è scontrato con il suo corpo, per la precisione con il suo addome … non potevo vedere, ma la sola idea di star toccando i suoi addominali con il pene (seppur dalla maglietta) mi stava friggendo i pochi neuroni rimasti accesi.
<<Non sono come mio fratello. Puoi toccarmi se vuoi. Anzi, fallo. Toccami.>> mi ha detto, dopodiché ha iniziato a tagliarmi i capelli.
I suoi movimenti erano lenti ma precisi e determinanti; ogni passata buttava a terra una gran quantità di capelli, e ogni volta che ciò accadeva il mio pene si agitava e sbatteva con la cappella sull’addome marmoreo del ragazzo, che si assicurava di tenermi abbastanza vicino da potersi far toccare.
Io non ho resistito più, e ho spostato le mie mani dal suo braccio al suo busto con la specifica intenzione di tirargli su la maglietta; avevo usato le gambe per aggrapparmi e avvicinarmi ancora di più a lui, e da quella posizione sono riuscito a liberare il passaggio al mio pene, così da potergli far toccare i suoi addominali senza nulla in mezzo.
Ho iniziato a sbatterlo e strusciarlo sul suo addome, ed è inutile dire che il mio organo genitale stava andando a fuoco dal piacere; la pelle del ragazzo non aveva pietà neanche per il mio pene, ogni tocco rischiava di farmi venire, e a dire il vero non ho idea del come io abbia fatto a resistere per più di cinque secondi.
Ad un certo punto, sovraccaricato da tutte quelle sensazioni, ho iniziato a piangere.
<<Shhh …>> ha fatto lui quando ha visto le lacrime <<Ho quasi finito.>> ha continuato a dire mordendosi il labbro inferiore e piegando il volto come se anche lui stesse godendo da quella situazione.
Io però non stavo piangendo per i capelli, stavo piangendo per la difficoltà che avevo nel non svenire … tra la mancanza di ossigeno, la sua pelle a contatto con il mio pene, e l’intera situazione assurda io rischiavo davvero di svenire dall’eccitamento.
Durante quella che è stata l’ultima passata della macchinetta ho sentito le palpebre vibrare intensamente mentre finalmente mi arrendevo a quel vortice di emozioni e sensazioni, poi ricordo solo che sono stato lasciato e sono caduto per terra.
Per un attimo ero rimasto stordito, come quando mi aveva dato uno schiaffo; non ci vedevo più bene, e tutto intorno a me si era fatto opaco.
Mi sentivo stanco, drenato da ogni energia, e ho tossito parecchio anche a causa della stretta che avevo ricevuto sul collo per così tanto tempo … ci ho messo un po’ prima di riprendermi e alzare lo sguardo verso il fratello di Gioele.
Lui aveva già messo via la macchinetta da barbiere, e si era anche tolto la maglietta; il fisico che sfoggiava lì sotto era esattamente quello che mi sarei aspettato di vedergli; l’addome era sporco di sperma.
Abbassando lo sguardo sul pavimento ho trovato i miei pubici, e i miei capelli.
Cazzo … papà per il taglio che mi ero fatto papà mi aveva portato all’estero; ci teneva davvero tanto a farmi fare bella figura in quel matrimonio … là per terra non c’erano solo capelli, c’erano migliaia di euro, e se papà li avesse visti probabilmente li avrebbe usati per strangolarmi sul posto.
Lui ha richiuso il borsone dopo aver rimesso al suo interno anche il pennarello, dopodiché tornando verso di me mi ha detto: <<Pulisci. Poi rivestiti.>> e nel dirlo ha preso dalla scrivania la mia carta di credito <<Ti porto un po’ a spasso. Andiamo a comprare una nuova maglietta … e anche un collare.>>

Ho trovato la macchina del fratello di Gio piuttosto vecchia e scomoda; era una di quelle elettriche con ancora il volante, però era pulita. Né dentro né fuori c’era un graffio. Sembrava quasi che venisse lavata ogni giorno.
C’era qualcosa di affascinante nel vedere una persona alla guida di una vecchia autovettura comunque. Mi sono sentito nostalgico di un tempo che non ho vissuto. E poi devo dire che quel ragazzo era davvero sexy con la mano attaccata al volante, perché il suo bicipite era costantemente in bella mostra.
Quindi in passato si viaggiava davvero così? Con le mani appiccicate costantemente ad una grossa ruota? La gente non si stancava? Io mi stancherei di certo …
Il viaggio in macchina è stato breve e tranquillo comunque; nessuno dei due ha parlato, specie perché lui aveva gli auricolari e stava probabilmente immerso nella musica.
Una volta arrivati a destinazione ci siamo ritrovati in quello che era il parcheggio di un piccolissimo centro commerciale di periferia; lì è dove i due fratelli facevano la loro spesa probabilmente.
<<Stammi dietro. Non parlare. E fai quello che ti dico.>> sono state le sue parole prima di scendere dalla macchina, e io mi sono limitato ad annuire per poi scendere a mia volta.
Il centro commerciale in cui mi ha portato era piccolino ma ben fornito: c’era un negozietto di chiavi, uno di scarpe, uno di vestiti, un supermercato, un bar, un negozio di videogiochi e uno di elettronica … e il primo posto in cui siamo andati è stato il negozio di vestiti.
Già sapevo che aveva intenzione di usare la mia carta per comprarsi una nuova maglietta, e l’idea mi spaventava ma eccitava al tempo stesso … nel mio conto ormai era rimasta poca roba.
L’ho visto scrutinare i vestiti del negozio con calma e attenzione, dopodiché ha iniziato a fare le sue scelte: non si stava limitando solo alla maglietta, voleva molto di più, e ogni volta che trovava qualcosa che gli interessava lo indicava schioccando le dita, facendomi capire che era giunto il momento di rendermi utile; a prendere i vestiti che voleva comprarsi ero io infatti, e una volta fatte le sue scelte mi ha portato fino alla stanzina in cui fare le prove.
<<Entra con me.>> ha detto, facendo battere il mio cuore più forte di prima; l’ho seguito dentro al camerino, e una volta chiusi lì mi ha fatto appoggiare tutti i vestiti per terra, prima di dire: <<In ginocchio.>>
Mi sono messo a terra davanti a lui, guardandolo come un cagnolino obbediente guarderebbe il padrone.
Lui si è goduto la scena per qualche secondo, osservandomi dall’alto verso il basso senza fare nulla se non mordersi il labbro inferiore, dopodiché si è tolto la maglietta con un rapido gesto e l’ha lasciata cadere dritta sulla mia faccia.
Il suo odore pizzicante impregnava ogni lembo di quella maglia e resistere alla tentazione di infilarmela in bocca o anche solo annusarla è stato davvero difficile.
<<Puoi farlo.>> ha detto lui a quel punto, cogliendomi alla sprovvista; ho alzato lo sguardo in sua direzione con un po’ di confusione, quindi lui ha continuato dicendo: <<Vuoi annusarla, no? Fallo. Sei il mio cane dopotutto, e i cani devono conoscere bene l’odore del padrone.>>
Nel sentire quelle parole mi sono sentito incredibilmente felice; ho fiondato la faccia nella sua maglietta prendendo il più lungo respiro di quella giornata, assaporando ogni fibra che potevo raggiungere.
Il suo odore piccante misto al leggero profumo di maglietta sudata era qualcosa di indescrivibile.
Quando sono tornato a guardarlo lui aveva un’espressione soddisfatta, quasi divertita, e si è indicato i pantaloni <<Continua tu.>> ha detto facendomi capire che ero io quello che doveva togliergli il resto dei vestiti.
Non ricordo esattamente cosa stavo provando in quel momento, ero in sovraccarico di emozioni e sensazioni probabilmente, ricordo solo di aver obbedito con delle mani che tremavano … forse dalla paura, forse dall’eccitazione.
Ho iniziato dalle sue scarpe ovviamente. Erano bianche come la neve, sportive quanto eleganti, in perfetto contrasto con il colore dei calzini che invece erano neri; gliele ho sfilate dai piedi con cura e attenzione, godendomi ogni momento di quell’evento.
<<Puoi annusarle se vuoi. Ma non metterci troppo.>>
Non me lo sono fatto ripetere due volte e ho riempito i polmoni con l’aria che stava dentro la sua scarpa destra, facendo lo stesso poi con quella sinistra; l’odore questa volta era molto più pesante e intenso, quasi soffocante, però decisamente piacevole.
Sono poi passato ai pantaloni, neri e sportivi, facili da togliere; mi è bastato spingere verso il basso, rivelando delle gambe tremendamente muscolose e delle mutande che a malapena contenevano il suo organo genitale; il mio occhio si è soffermato sui quadricipiti e i polpacci più del dovuto … e non c’era peluria lì, la sua pelle era liscia e candida.
<<Ti piacciono?>> mi ha domandato lui, con il sorriso di chi già sa la risposta.
Io ho alzato lo sguardo e ho violentemente annuito, allargando ancora di più il suo sorriso.
<<Toccale. Non avere paura.>>
Con estrema riverenza e gratitudine, l’ho fatto; ho appoggiato le mani su quelle gambi che in confronto alle mie erano colossali.
La pelle era calda liscia e squisitamente morbida; le ossa e i muscoli subito sotto la pelle erano spaventosamente duri, sembravano fatti di metallo.
<<Un giorno te le farò provare queste gambe. Ora abbiamo altro da fare però.>> il ragazzo ha indicato i calzini che mi aveva fatto prendere <<Iniziamo con quelli.>>
Io l’ho guardato un po’ stranito … mi stava chiedendo di aprire un pacchetto di calzini per poterli provare, cosa che non potevo fare prima di comprarli però.
<<Oh … giusto.>> ha detto lui, comprendendo le mie preoccupazioni <<Prendi il tuo telefono dalla mia tasca.>> io ho subito obbedito <<E compra le calze.>>
Lì ricordo di aver esitato un pochino; quanti soldi mi erano rimasti nella carta? Di sicuro bastavano per comprare quel pacco di calzini, ma come avrei fatto per il resto?
Ignorando quel pensiero ho usato il telefono per scansionare il codice qr dei calzini, e quando mi è arrivato il messaggio che mi chiedeva se volevo davvero procedere con l’acquisto del prodotto ho premuto su “sì”.
Ricordo che papà mi ha detto che quando era piccolo le cose nei negozi si compravano tramite una cassa, e mi ha anche detto che alla cassa c’era un uomo che scansionava i prodotti per i clienti, il “cassiere” … ora quel lavoro viene svolto dai nostri telefoni.
<<Mettimeli.>> ha ordinato lui, e io non me lo sono fatto ripetere due volte; ho sfilato via con reverenza uno dei suoi calzini neri e sudati, e l’ho guardato, chiedendomi se avrei avuto il permesso di annusare anche quello … ma lui mi ha concesso di meglio.
<<Mettitelo in bocca.>> mi ha detto <<Tanto a me non serve più.>>
Ho obbedito; il calzino era in parte già umido, e sapeva di … di … piccante.
La mia bocca stava prendendo fuoco, ma non mi faceva male.
<<Anche l’altro.>> ha detto lui, muovendo il piede che aveva ancora il calzino, ed io ho obbedito nuovamente.
Una volta con la bocca gonfia come quella di uno scoiattolo gli ho messo le calze che gli avevo da poco comprato; erano bianche e nere, e gli stavano divinamente.
<<Dammi i jeans adesso.>>
Glieli ho passati, e ho atteso che lui se li mettesse prima di poterlo aiutare con la cintura; poi è giunto il momento della maglia e infine della giacca, il puffer che anche suo fratello mi aveva chiesto di comprargli.
Vestirlo è stato molto meno eccitante di svestirlo, però devo dire che anche quell’esperienza mi è piaciuta: mi sono sentito … utile.
In quel frangente l’ho anche visto per la prima volta senza il cappellino; i suoi capelli erano scuri e mossi, ma alcuni ciocchi erano visibilmente rossi … di un rosso sangue e cristallino.
Lui si è guardato allo specchio per un po’, dopodiché ha annuito con soddisfazione e rimettendosi il cappellino mi ha guardato e ha detto: <<Compra tutto.>>
Io, con mano un po’ tremanti, ho obbedito; ho comprato i pantaloni, poi la giacca e infine la maglietta; ogni acquisto è stato un successo, cosa strana considerando che il mio conto sarebbe già dovuto essere arrivato a 0.
<<Perché quella faccia?>> ha sorriso leggermente il ragazzo <<La tua è una carta di credito. Una per ricchi poi. Anche se non ci sono soldi scommetto che potresti comunque comprarti tutte le cose del negozio.>>
Io ho deglutito. Aveva ragione. Mi stavo indebitando per fare quegli acquisti, ecco perché potevo pagare anche se avevo il conto a 0 …
Lui mi ha dato una carezza sulla testa ormai completamente rasata <<Non pensarci troppo.>> mi ha detto <<Andiamo. Non ho finito, manca la parte migliore.>>
Raccogliendo da terra i suoi vecchi vestiti e portandoli scomodamente in mano, ci siamo diretti verso il prossimo negozio, ovvero quello di scarpe.
Erano tutte in vetrina, e per poterle provare bisogna prima pagare 10€; può sembrare un furto dover pagare solo per provare delle scarpe, ma mi è stato spiegato che in passato le persone le provavano gratuitamente fino a quando non trovavano quelle giuste, per poi andarle a comprare online ad un prezzo minore.
Per potersi difendere da quella pratica i negozi hanno iniziato a mettere le prove a pagamento.
Il ragazzo si è messo nel lato più estremo del negozio, dopodiché mi ha guardato con un sorrisetto leggermente diabolico sul volto <<Sai che le proveremo tutte, vero? Voglio assicurarmi di prendere quella giusta.>>
Ho sentito il mio stomaco contorcersi a quelle parole … provarle tutte significava far sanguinare il mio conto di altri 500 euro, forse di più.
Non potevo farlo … non me lo potevo assolutamente permettere … eppure non riuscivo a dire di no.
Non volevo dire di no.
<<Iniziamo con queste. Già so che non mi piacciono, però … non si sa mai.>>
Con le lacrime agli occhi, mi sono messo al lavoro; ho pagato la prova col telefono, ho tirato fuori le scarpe dalla vetrina, ho cercato quelle con la taglia adatta, poi mi sono chinato davanti a lui e di fronte a tutti i presenti e con calma gli ho nuovamente tolto una scarpa per poterla sostituire con quella che voleva provare.
Ho fatto tutto io, lui si è limitato a guardare con in mano il suo telefono.
Mi sentivo lo sguardo degli altri addosso, ma facevo di tutto per ignorarlo e concentrarmi sul mio lavoro.
Dopo avergli messo la scarpa ho alzato lo sguardo in attesa di un suo giudizio; lui neanche si è degnato di osservarla, ha semplicemente scosso la testa e detto: <<La prossima.>>
Sospirando, sono tornato al lavoro.
Siamo stati dentro quel negozio per un sacco di tempo. Il fratello di Gio aveva una pazienza incredibile, ma fortunatamente non le abbiamo provate davvero tutte quante.
Lui dopo le prime tre si è messo seduto su una poltroncina dedicata ai clienti, incrociando le gambe con il piede appoggiato per la caviglia su una sua coscia, così da darmi la possibilità di testare le scarpe senza dover muovere un singolo muscolo …
Devo dire che se non fosse stato per il costante sguardo dei presenti, l’intera situazione sarebbe stata incredibilmente eccitante; ero per terra davanti a lui, lo guardavo dall’alto verso il basso mentre gli toglievo e rimettevo le scarpe, il tutto con lui che mi ignorava completamente … non so il perché, ma tutta quella situazione mi stava piacendo davvero tanto.
<<Queste le prendo.>> mi ha detto lui dopo la quindicesima prova <<Comprale.>>
Si trattava di scarpe bianche e nere, sportive ma non troppo.
In totale quel giorno ne ha comprate tre di paia: le seconde che scelse erano decisamente sportive, tutte nere; erano dello stesso tipo di quelle che ho comprato a Gioele.
Le terze erano tutte bianche invece; si trattava comunque di scarpe sportive ma più eleganti rispetto a quelle precedenti, adatte anche per abbinarle a completi leggermente più formali.
Nel mentre che io continuavo a fare le prove però, un pensiero angosciante diventava sempre più opprimente. Quanti soldi stavano sparendo dal mio conto? Di quanto mi stavo indebitando? Più ci pensavo più sentivo il petto indurirsi e lo stomaco stringersi.
Certo, era bello stare là sotto ai suoi piedi, godermi il suo odore e quella visuale pazzesca, giocare a fare il cane davanti a degli sconosciuti … mi stava eccitando da morire, ma allo stesso tempo sapevo che quel gioco mi stava costando davvero tanto.
Per quanto sarei andato avanti? Quando gli avrei chiesto di smettere? Il mio corpo, per qualche motivo, non voleva proprio farlo. Obbedire ai suoi ordini mi stava uscendo naturale, quasi istintivo … il piacere che provavo era molto più che del banale eccitamento sessuale, era un piacere quasi primordiale.
Non volevo smettere. Più mi indebitavo, meno me ne importava. Mi sentivo come se fossi in viaggio verso l’inferno … il percorso era divertente, ma sapevo che una volta arrivato a destinazione non mi sarei divertito più.
Ho semplicemente sperato che quel viaggio non finisse mai quindi, ignorando tutte le brutte sensazioni che provavo e concentrandomi solo su quelle belle.
<<Va bene, basta così.>> ha detto lui dopo un po’, alzandosi e stiracchiandosi <<Ho fame. Seguimi.>>
Sono uscito da quel negozio con tre scatole di scarpe in mano (oltreché i suoi vestiti), e l’ho seguito fino al bar del centro commerciale dove si è fermato a prendersi una bibita e un panino.
Lui si è seduto ad un tavolino per due, ma al posto di far sedere anche me ha utilizzato la seconda sedia come poggiapiedi, lasciandomi senza posto; ricordo di aver provato ad appoggiare le sue cose a terra per far riposare un po’ le braccia, ma lui mi ha fermato dicendo che non voleva sporcare nulla, nemmeno le scatole, costringendomi a tenere tutto in mano per tutta la durata del suo pasto.
Lui ha mangiato con estrema calma ovviamente; ogni morso era lento, e ogni sorso era fastidiosamente piccolo; si stava godendo quella pausa guardando un video su internet, mentre io sentivo le braccia e le gambe iniziare a cedere alla stanchezza.
Nel frattempo i passanti ci lanciavano sguardi straniti, alcune volte curiosi, altre volte perplessi … chissà cosa stavano pensando di noi.
Quando, dopo quasi una mezz’ora di attesa, il fratello di Gio ha finito di mangiare si è alzato e stiracchiandosi mi ha detto: <<Cosa manca ora …? Ah, giusto. Il tuo collare. Seguimi, ti porto in posto bellissimo.>>
“Bellissimo” quel posto non era, però devo dire che mi ha stupito: era un negozio dedicato specificatamente alle attività sessuali, e a causa di ciò era nascosto alla vista del pubblico; chi entrava nel centro commerciale doveva sapere esattamente dove cercare per trovarlo, altrimenti lo avrebbe mancato.
<<O mio Dio, che ci fai di nuovo qui tu?>> aveva esclamato un uomo non appena ci ha visti.
A prima vista pareva una persona normale, ma aveva un mazzo di chiavi magnetiche appese al collo, quindi ho intuito che fosse una sorta di aiutante o magazziniere.
<<Ho trovato un altro cane randagio per strada … voglio mettergli un collare.>> è stata la risposta del ragazzo.
L’uomo si è lasciato sfuggire un lungo sospiro <<Dio mio … è la quinta volta questo mese. Gli altri che fine hanno fatto?>>
<<Stanno bene. Questo qui è di mio fratello poi, non è mio.>>
<<In effetti è un po’ troppo piccolo per essere uno dei tuoi ….>> l’uomo ha fatto una mezza smorfia <<Quanti anni ha comunque? È maggiorenne almeno?>>
<<Ha importanza?>>
L’uomo ha fatto spallucce <<Dimmi cosa vuoi. Il solito?>>
<<Già lo sai.>>
L’uomo ha sospirato <<Mi chiedo da dove diavolo tiri fuori i soldi per permetterti tutti questi anelli comunque.>> ha poi borbottato prima di allontanarsi.
A quel punto il fratello di Gio mi ha fatto cenno di seguirlo all’interno del negozio, che per quanto piccolo era pieno di strumenti … “interessanti”: catene, fruste, frustini, lacci, bavagli, manette … gabbie?
Mentre osservavo, il ragazzo mi ha appoggiato una mano sulla nuca ed ha iniziato ad accarezzarmi la testa lentamente.
<<Come ti fa sentire sapere che un giorno vivrai dentro una di quelle?>> mi ha chiesto, indicando una gabbietta metallica piuttosto piccola.
Io non ho risposto, anche perché non potevo farlo; avevo ancora la bocca bloccata dai suoi calzini, e sono anche abbastanza certo che lui non avrebbe gradito sentire la mia voce.
L’uomo è tornato da noi poco dopo, con in mano una scatolina della stessa grandezza di quelle usate per contenere degli auricolari <<Ecco qui.>> ha detto, consegnando la scatolina al fratello di Gio <<Carta o contanti?>>
<<Carta.>>
Uscito da quel negozio, mi sono sentito svuotato.
Non solo non avevo più un soldo, ma mi ero anche indebitato … e quel debito sarebbe solo cresciuto se non l’avessi ripagato subito, e l’unico modo che avevo per farlo era chiedere a papà, cosa che volevo assolutamente evitare.
Mentre pensavo a ciò il fratello di Gio si è diretto verso il bagno, portandomi con sé; l’ho seguito a cervello spento inizialmente, ma una volta all’interno del bagno lui ha indicato una cabina.
<<Entra.>> mi ha detto, riportando la mia attenzione su di lui.
Sono entrato nella cabina, e lui mi ha seguito chiudendosi la porta dietro.
La prima cosa che fece il ragazzo fu abbassarsi i pantaloni e pisciare dritto nella tazza; la sua urina era molto chiara, pareva acqua, però fumava e aveva rilasciato nell’aria un pungente odore di piscio piccante.
Fatto ciò il ragazzo ha aperto la scatolina che aveva comprato e voltandosi verso di me mi ha mostrato il suo contenuto: un anello … un anello strano però, più grande di quelli normali, dall’aspetto metallico e dal colore rossastro
<<Si chiama “anello di castità”.>> ha spiegato lui <<Credo tu già sappia dove vada infilato.>>
Io ho deglutito.
Anello della castità? Sapevo di cosa si trattava … era uno strumento utilizzato nelle attività pornografiche, impediva l’eiaculazione e per tanto permetteva ai maschi di avere relazioni sessuali incredibilmente prolungate. Ma aveva anche un bel difetto: impediva totalmente l’orgasmo, quindi chi lo utilizzava poteva fare sesso anche per giorni interi ma non avrebbe mai trovato alcuna soddisfazione nel farlo.
Quell’anello è un arma a doppio taglio: ti fa durare di più a letto, ma ti toglie il motivo per cui a letto ci vai.
<<Sai come funziona?>> mi ha chiesto il ragazzo guardandomi dritto negli occhi; io ho scosso la testa in segno di diniego <<Una volta messo ti impedirà di venire, ma potrai comunque pisciare e avere erezioni. E si può togliere solo con una chiave magnetica …>> ha spiegato mentre si avvicinava a me <<Hai detto che volevi essere il cane di Gioele, no?>> mi ha chiesto guardandomi dritto negli occhi.
Ho esitato per qualche secondo.
Il cane di Gioele … volevo davvero essere quello?
Ho scosso la testa.
<< … No? Hai cambiato idea?>>
Io a quel punto ho sputato fuori i calzini dalla bocca, ormai dolorante, e gli ho detto:
<<Voglio essere il tuo cane.>>
Lui si è lasciato sfuggire un sorrisetto a metà tra il divertito e il soddisfatto <<I cani non parlano.>> e detto ciò si è abbassato, e con sé ha abbassato anche i miei pantaloni.
Io non mi sono mosso.
Non ho fiatato.
Il mio organo genitale era in perfetta erezione, e lui, per la prima volta, lo ha toccato; mi ha letteralmente preso per le palle ed ha infilato l’anello al mio pene, che si è subito stretto adattandosi alla sua grandezza.
Ha sigillato l’anello con la chiave, dopodiché me l’ha mostrata.
<<Questa è mia.>> mi ha detto <<La condividerò con Gio. Sarai il nostro cane da oggi.>>
Il mio cuore stava battendo forte. Fortissimo.
Una parte di me si stava domandando il cosa stessi facendo, il come avessi fatto ad arrivare fino a quel punto … l’altra invece era in estasi.
Mi sentivo … come in caduta libera. Spaventato, euforico, divertito … e consapevole del fatto che una volta toccato il terreno sarei morto.
Non mi ero mai sentito così.
Il fratello di Gio nel frattempo ha ripreso i suoi vecchi calzini da terra, poi con delicatezza me li ha rimessi dentro la bocca; mi ha poi rialzato i pantaloni, e infine ed è uscito dalla cabina facendomi segno di seguirlo.
Ho immediatamente obbedito.

L’inferno era vicino.
Quando i miei genitori mi hanno visto senza capelli sono letteralmente impazziti; hanno urlato, mi hanno guardato come se fossi una sorta di mostro … mia madre ad un certo punto si è anche messa a parlare di possibili parrucche da farmi utilizzare per il matrimonio.
Mio padre era livido. Voleva punirmi. E così ha deciso di portarmi via la carta di credito, pensando che ci fosse ancora qualcosa dentro; la sua punizione era quella di lasciarmi senza soldi per un po’.
Io ho subito le loro urla senza dire nulla, in silenzio, poi quando papà mi ha ricacciato in camera ci sono andato senza farmelo ripetere due volte.
Mi sono lasciato cadere sul letto ad acqua, facendomi coccolare dalla sua calda morbidezza.
Ero esausto. Sfinito.
Il fratello di Gio non scherzava.
Una volta tornati a casa dal centro commerciale mi ha fatto denudare, poi mi ha messo al lavoro come se fossi uno schiavo: ho sistemato le sue nuove scarpe e pulito tutte quelle vecchie, sia sue che di Gioele; ho passato più di due ore in bagno a strofinarle e lucidarle tutte.
Lui poi è dovuto uscire, quindi ha collegato una catena all’anello di castità e ha attaccato quella catena ad una parete della camera, tenendomi così incatenato al muro per il pene, impossibilitato ad allontanarmi troppo da esso; l’ho atteso, sdraiato a terra, per ore.
Quando la porta della camera si è riaperta, ad entrare è stato Gioele con una ragazza.
Ricordo che lei si era inizialmente spaventata, ma lui l’ha tranquillizzata dicendole di ignorarmi, che ero lì per mia scelta e che stavo solo “giocando”.
Inizialmente lei era nervosa, ma poi si è abituata.
Ero così stanco che non ho seguito molto le conversazioni tra loro due. Ricordo solo che ad un certo punto sono usciti di lì, lasciandomi nuovamente da solo in camera.
Ho atteso di nuovo ore.
Scesa la sera, il fratello di Gio è entrato con una ciotola in mano; l’ha appoggiata sul pavimento, e dentro c’era quella che pareva una minestra.
<<La cena.>> aveva detto rimanendo lì a guardarmi <<Mangia.>>
Ero affamato quindi mi ci sono fiondato subito; non avendo posate di alcun genere e non voleno usare le mani, ho solamente usato la lingua, proprio come farebbe un cane; era davvero una minestra … e non aveva un cattivo sapore.
Ho leccato la ciotola fino a pulirla completamente, quindi il fratello di Gio mi ha accarezzato la testa con soddisfazione.
<<Hai sete?>> mi ha chiesto, e io ho annuito.
Ha portato la ciotola in bagno e l’ha riempita con dell’acqua, e tornando da me l’ha lasciata al mio fianco.
<<Ecco qui. Dovrebbe bastare fino a domani.>>
E detto ciò è uscito nuovamente dalla stanza, lasciandomi ancora una volta lì da solo.
Si era fatto buio nel frattempo, e avevo iniziato anche ad avere freddo.
Per un attimo ho pensato che non sarei più tornato a casa, ma per qualche motivo quel pensiero non mi spaventava, anzi mi rassicurava … non volevo assolutamente affrontare le conseguenze delle azioni che avevo compiuto quel giorno.
Dopo un po’, nel buio e nel silenzio della stanza, mi sono addormentato.
Sono stato svegliato dalla luce della stanza che si accendeva però.
Gioele e la ragazza di prima erano tornati, mezzi ubriachi; lei mi ha indicato ed è scoppiata a ridere, lui per tutta risposta l’ha buttata sul letto e se l’è scopata.
Io ricordo solo tanta confusione; ero mezzo assonnato, mezzo addormentato, troppo stanco per fare caso a tutto ciò.
La mattina dopo mi sono svegliato quando quei due già erano andati via.
A liberarmi della catena per poter andare in bagno fu il fratello di Gio, che mi ha anche concesso la possibilità di tornare a casa per non allarmare troppo i miei genitori.
<<Ma ti rivoglio qui domani, capito?>>
Ho fatto colazione in cucina con loro, per terra però, bevendo il latte dalla ciotola per cani; loro due erano seduti al tavolo e stavano mangiando come persone normali, parlando come se io non ci fossi; io da lì sotto non potevo fare altro che vedere le loro gambe o le loro schiene … ed era una sensazione strana, ma bella.
Quando sono tornato a casa ho ripensato a lungo a quella giornata, sdraiato sul mio caldo e comodo letto.
Cosa mi stava succedendo?
Perché mi stavo comportando così?
Perché più ci ripensavo più mi piaceva?
E cosa diavolo era quel profumo che proveniva dal corpo del fratello di Gio?
Comunque il mio ritorno a casa non fu così brutto. Le urla di mamma le ho semplicemente ignorate, mentre la punizione di papà non mi era sembrata una gran cosa, considerando che la mia carta era comunque inutilizzabile.
E così, non avendo nient’altro da perdere, il giorno dopo ho fatto esattamente quello che mi aveva detto di fare il fratello di Gio.
Sono andato a scuola e mi sono comportato come il solito studente che ero.
Ma al ritorno non ho preso il treno. Sono salito sull’autobus, e sono sceso alla stessa fermata di Gio.
Lui era lì ad aspettarmi, e quando mi sono avvicinato mi ha sorriso e mi ha allungato il suo zaino.
Io l’ho preso senza fiatare, e lui mi ha accarezzato la testa in risposta.
<<Brava cagna.>>
Io ho sorriso, contento di quel complimento.
Ero ancora in caduta libera. All’inferno ancora non ci ero arrivato.
Ma io non lo sapevo, ed ero felice così.
Ancora non sapevo quello che mi aspettava.

Al matrimonio al quale ero stato forzatamente portato è venuta anche la mia ragazza; quella era la prima volta che mi vedeva con il mio nuovo taglio di capelli, ed è rimasta negativamente colpita dal mio nuovo “look”.
Sembrava più arrabbiata dei miei genitori, e decisamente più offesa; quei giorni l’avevo “ignorata” secondo lei … e in effetti era vero, non le scrivevo più di mia iniziativa, avevo perso l’interesse di farlo.
Rivederla lo ha risvegliato però: si era vestita divinamente per quel matrimonio, ed era molto più bella del solito; mi sono genuinamente chiesto il come avessi fatto a trovarmi una ragazza così carina.
Parlando con lei mi sono scusato per l’assenza di quei giorni, ma lei ci ha messo un po’ a perdere il broncio.
<<Fammi indovinare>> mi ha detto ad un certo punto <<nuova cameriera?>>
<<Ancora con questa storia? Non ci parlo più con Lena.>>
lei ha scosso la testa, ma continuando a parlarci sono riuscito a sbloccarla, e alla fine le ho anche promesso che il giorno dopo l’avremmo passato insieme. Lei mi ha quindi “perdonato”, e ricordo solo che il resto della giornata è stata abbastanza piacevole.
Quella sera mi sono sentito diverso … rilassato. È stato bello parlare tranquillamente e liberamente con lei, e quando mi sono buttato sul mio letto ricordo di essermi addormentato senza neanche aver pensato una singola volta a Gioele o a suo fratello … era la prima volta dopo tanto tempo che riuscivo a dormire senza prima aver pensato a loro.
Il giorno dopo le cose non sono andate come previsto però.
Come ogni mattina, stavo aspettando l’apertura del cancello scolastico insieme ai miei amici di scuola quando Gio mi ha inaspettatamente approcciato.
<<Ehi cagna>> mi ha detto, incurante dei presenti <<che fine hai fatto ieri?>>
Io ricordo di essermi congelato dalla paura; i miei amici erano lì, e stavano ascoltando.
Non sapevo bene il come rispondere per salvarmi la faccia, così ho fatto finta di non capire scuotendo semplicemente la testa.
<<Non lo sai? Ti hanno rapito gli alieni?>>
<<I-io non>>
<<Se vuoi essere il mio cane non puoi decidere tu quando venire o no a casa mia. Ti dico io quando puoi prenderti una pausa. E ieri non mi pare di avertela data.>>
Io ho deglutito; stavo sudando freddo e mi sentivo lo sguardo sconcertato dei miei amici addosso; da giorni giravano voci sul fatto che io avessi comprato delle cose sia a lui che al fratello, ma io ero sempre riuscito a negarle facendo finta di nulla e cercando di ignorare Gioele il più possibile … ma quella discussione ha completamente rovinato tutto, e come se non bastasse il mio organo genitale si stava indurendo, concentrando il sangue lì sotto piuttosto che al cervello.
<<Vieni.>> mi ha ordinato lui dopo alcuni attimi di silenzio <<Considerati in punizione. Ti terrò al guinzaglio finché non ti fai perdonare . E se vuoi parlare con i tuoi amici mi dovrai chiedere il permesso.>>
<<I-io>>
<<Zitto e vieni.>> ha tagliato corto lui prendendomi per un braccio <<Ti presenterò alla mia mia compagnia. Sarai la nostra troia. Ti piacerà.>> e detto ciò mi ha trascinato via.
Io mi sono lasciato trasportare senza opporre resistenza; da una parte, oppormi a Gioele mi era ormai praticamente impossibile … la sua presenza mi rendeva stupido e debole, e l’astinenza sessuale a cui mi aveva costretto accentuava di troppo quella cosa.
Ma c’è anche un altro motivo per cui mi sono lasciato trascinare via così facilmente: ero certo che dopo quella discussione non sarei più riuscito a sopportare gli sguardi dei miei amici, quindi per me quella è stata più una fuga che altro.
Il gruppo di Gio era il classico gruppo di teppisti e bulletti comunque, composto principalmente da maschiacci, metà dei quali fumatori; lui mi ha presentato come la nuova “cagna” del gruppo, ma loro a malapena mi hanno degnato di uno sguardo.
<<Lui è quello che paga, vero?>> ha chiesto uno di loro.
<<Sì. È un portafoglio vivente.>> ha ridacchiato Gio.
<<Figo.>>
Quello fu l’unico vero commento. Mi aspettavo una reazione un po’ più aggressiva, o comunque curiosa e sfottente … invece mi hanno per lo più ignorato, parlando tra di loro come se io non esistessi.
Ho passato tutta la giornata scolastica con loro. Gio mi ha messo seduto affianco a sé, usandomi come appoggio per i suoi piedi e come strumento per prendere appunti al posto suo mentre lui giocava col cellulare; ogni tanto i suoi amici mi chiedevano cose relative alla scuola, e io ho cercato di essere il più utile possibile.
È stata durante l’ora di matematica che hanno capito il come sfruttarmi a dovere … o meglio, che Gio ha capito il come sfruttarmi.
Quando la professoressa di matematica ha assegnato dei compiti da fare a casa per la settimana successiva, Gio mi ha ovviamente detto che sarei stato io a farli al posto suo, ma nel sentirlo un suo amico si è voltato verso di me e mi ha chiesto di fare anche i suoi di compiti.
In quel momento un lampo diabolico è passato negli occhi di Gioele … gli era appena venuta un’idea.
È stato al telefono per quasi tutta l’ora di matematica, e al termine della lezione mi ha informato che avevo ben 22 ragazzi diversi a cui dover fare dei compiti. Persone che non conoscevo e non avevo mai visto, alunni di classi diverse e di età diverse … persone con cui Gioele si era messo d’accordo in quel momento.
A scuola esiste una chat “segreta” dove gli studenti si offrono di fare compiti, ripassi, lezioni private e ricerche agli altri in cambio di soldi. Entrando a mia volta nella chat, ho subito trovato il suo annuncio.
“Per 5 euro faccio esercizi di matematica, fisica, chimica, letteratura e storia! Ho un sacco di tempo libero ma non accetterò tutti, quindi se sei interessato scrivimi in privato adesso”.
A quanto pare 22 alunni avevano letto quell’annuncio e gli avevano scritto … lui si era appena fatto 110 euro, io invece 110 ore di studio aggiuntivo.
Comunque gli amici di Gioele mi avevano fatto una buona impressione quel giorno.
Sembravano un normale gruppo di amici; qualcuno di loro si drogava, qualcun altro organizzava risse e atti di vandalismo, ma tutto sommato nessuno di loro era esageratamente strano o sopra le righe.
L’unico evento particolare è avvenuto durante la pausa: uno di loro mi ha casualmente chiesto dei soldi per pagarsi la merenda; io gli ho risposto che non ne avevo, quindi lui ha svogliatamente infilato la sua mano nelle mie tasche alla ricerca del portafoglio.
Ho avuto l’impulso di ribellarmi all’inizio, ma un suo semplice e infastidito “stai fermo” mi ha bloccato ed eccitato al tempo stesso; ho sentito la sua mano raggiungere il mio portafoglio e prenderlo, ma quando lo ha aperto ha visto che in effetti non c’era nulla lì dentro.
<<Ma non hai un cazzo.>> è stata la reazione di quel ragazzo.
<<T-te l’ho detto … o-ora sono al verde …>>
Lui mi ha rilanciato il portafogli addosso <<Chiamami appena torni a essere utile.>> ha detto sbuffando con fastidio, ed è poi tornato ad ignorarmi.
Durante le ore finali ho notato che quasi tutti gli alunni tendevano a lanciarmi sguardi di soppiatto, alcuni divertiti altri solo curiosi; ero seduto all’ultimo banco, con i piedi di Gioele sopra alle cosce intento a lucidargli le scarpe con una salviettina, ma sono certo non fosse quello l’unico motivo dei loro sguardi.
Probabilmente le voci di ciò che era successo quella mattina si erano sparse, oppure iniziavano a rendersi conto del modo strano in cui venivo trattato dai ragazzi che mi circondavano.
Gli amici di Gioele non mi ignoravano proprio del tutto alla fine; una di loro ad esempio mi ha lanciato delle cartacce, chiedendomi di buttarle nel cestino al posto suo; un’altro ha schiacciato una zanzara con le mani, e se le è pulite sulla mia maglietta come se fossi un pezzo di carta, mentre al termine della giornata scolastica un’altro ancora mi ha lasciato lo zaino facendomi capire di doverlo portare al posto suo.
Ho così portato tre zaini; il mio, quello di Gio e quello di un suo amico.
Avere tutto quel peso tra le mani era davvero faticoso, ma l’idea di star venendo trattato come uno schiavo in modo così naturale e pubblico mi stava riempiendo di viscido piacere … mi sentivo umiliato, però mi piaceva.
Arrivati all’autobus, loro si sono seduti mentre io sono rimasto in piedi a reggere gli zaini, e quando gli amici di Gio sono scesi lasciando lì sopra solo noi due, lui ha occupato le sedie libere con il suo zaino e i suoi piedi, facendomi capire che non potevo sedermi.
Il potere che ormai aveva su di me era incredibile, e credo che la colpa della mia totale sottomissione sia in larga parte dovuta al fratello di Gioele, al suo odore e all’anello.
E parlando di quell’anello … beh, non c’è molto da dire, funzionava alla perfezione; il mio organo genitale era completamente insensibile, sembrava finto come una protesi, e tutta quella astinenza sessuale mi stava distruggendo a livello mentale.
Solo Gioele e suo fratello potevo darmi sollievo … loro avevano la chiave, e questo mi rendeva obbediente e stupido in loro presenza; ero peggio di un cane ormai, ero uno zombie.
<<Oggi vado a cena.>> mi ha detto ad un certo punto lui mentre guardava il telefono <<Ho conosciuto una tipa un po’ snob e la voglio portare in un ristorante di lusso. Mi ha detto che gli piacciono i cagnolini quindi verrai anche tu.>>
Nel sentire quelle parole ho esitato un po’ prima di rispondere, ma dopo alcuni secondo mi sono deciso.
<<Non posso.>>
<<Eh?>> lui mi ha lanciato uno sguardo rapido.
Ho deglutito nel riflettere sul cosa dirgli; non solo quella sera avevo un appuntamento, ma ero anche a corto di soldi … tra le due cose però, ho pensato che dirgli dell’appuntamento fosse meglio. Non volevo rivelargli di essere al verde, non volevo rischiare di essere visto come “inutile” anche da lui.
<<Ho un appuntamento.>> gli ho detto alla fine.
<<E quindi?>>
<<Q … quindi non posso venire.>>
Lui si è lasciato sfuggire un mezzo sorriso divertito <<Bella battuta.>>
<<D-devo vedermi con la mia ragazza, è da un sacco di tempo che non usciamo insieme.>> ho tentato di dirgli <<Quindi davvero, io oggi non>>
<<Ragazza?>> mi ha interrotto lui <<I cani non hanno ragazze. Amano solo il loro padrone.>>
Io ho sospirato abbassando la testa; avevo l’organo genitale durissimo in quel momento, tentare di oppormi a lui era davvero difficile, la voglia di arrendermi e fare come voleva era troppo alta … però sapevo che era anche impossibile.
<<Non ho più soldi.>> gli ho detto alla fine <<Papà mi ha preso la carta per punizione.>>
<<Eh? E perché?>>
<<Per … i capelli.>>
Lui mi ha squadrato per un po’, poi mi ha fatto una domanda insolita.
<<Quanto è lontana casa tua? Dalla scuola intendo.>>
<<Ehm … non troppo, se prendo il treno.>>
<<E i tuoi …? Sono a casa ora?>>
<<Ora … uhm … credo che ci sia mia madre in casa.>>
Lui ha annuito <<Perfetto. Ho un’idea allora. Stasera forse ci divertiremo.>>

Non saprei dire se l’idea di Gioele mi piaceva o meno, ma una cosa era certa: mi spaventava.
<<Quindi tu abiti qui?>> queste furono le sue parole, quando vide per la prima volta casa mia.
Era una villetta di modeste dimensioni, ma con una gran quantità di comfort moderni; pareti a temperatura regolabile, idromassaggio nei bagni, piscina nel giardino, porte ad apertura e chiusura automatica …
<<Sì.>> gli ho risposto io, un po’ incerto; eravamo arrivati qui a piedi dopo aver pranzato.
<<Wow. Il giardino è sintetico?>>
<<No purtroppo.>>
Lui ha annuito <<Va bene. Dai, fammi entrare. Fammi una sorta di … giro turistico. Voglio proprio vedere come ve la spassate voi riccastri.>>
<<V … va bene, ci provo.>>
L’ho portato fino all’ingresso, e una volta dentro ho iniziato col giro: atrio, cucina, salotto, seminterrato … lui si è fermato spesso a guardare le foto della mia famiglia, la collezione di alcolici di mia madre, e altri vari elementi come i grossi schermi al plasma delle televisioni o i divani ad acqua.
<<Cazzo …>> ha detto lui buttandosi sopra uno di quei divani <<ma è morbidissimo! Sembra di stare su una nuvola!>>
<<Già … anche i letti sono così.>> ho risposto io <<Anzi, sono più morbidi perché non c’è il cuoio.>>
<<Figo! E la temperatura dell’acqua si può regolare vero?>>
<<Sì. Acqua fredda d’estate e calda l’inverno … E anche il pavimento è regolabile, infatti se vuoi puoi anche camminare scalzo come fai a casa tua.>>
Lui ha lanciato uno sguardo al pavimento: era pulito, ma ammetto che era ben lontano dal livello di lucentezza del suo.
<<Ti piacerebbe, eh?>> ha poi detto con un sorriso sfottente <<Avete dei domestici?>> ha poi chiesto, cambiando discorso.
<<Un paio.>>
<<Dove sono?>>
<<Ora sono a casa. Una viene di mattina, fa le pulizie quando non c’è nessuno in casa. L’altro il fine settimana, è il giardiniere tipo.>>
<<E non avete cuochi?>>
<<A mamma piace cucinare, quindi ci pensa lei.>> ho risposto io.
<<Capito.>> si è alzato dal divano <<Fammi vedere la piscina.>>
Il giardino interno della casa era molto più vasto di quello esterno, e ovviamente conteneva la piscina per cui sono diventato famoso, una piscina dalla temperatura regolabile e quindi utilizzabile in qualsiasi stagione.
<<Se premi quel tasto puoi schermarla.>>
<<Schermarla?>> ha chiesto Gioele, guardandomi.
<<Sì … nel caso dovesse piovere.>>
<<E in che senso si “scherma”?>>
<<Dai bordi escono dei paletti che poi si aprono e si collegano. È come stare sotto a un ombrellone gigante. Ed è trasparente, quindi puoi pure goderti la pioggia senza che ti dia fastidio.>>
<<Wow … certo che non sapete proprio cosa farvene coi soldi, eh?>> ha commentato Gio con un mezzo sorriso <<Voglio vedere camera tua ora.>>
L’ho quindi portato al piano superiore, nella stanza in cui dormivo.
Lui è entrato dentro guardandosi intorno con leggero stupore; quella camera era quasi grande quanto il suo intero appartamento; c’erano due librerie, una piena di fumetti e libri e l’altra piena di videogiochi e DVD; c’era un’enorme televisione collegata a tre diverse console, una grossa scrivania dotata di un computer con ben tre schermi, un letto matrimoniale ad acqua, tre armadi e un sistema d’illuminazione personalizzato; il pavimento era coperto da un materiale morbido e setoso, pensato per assorbire l’umidità.
<<Wow.>> ha commentato lui <<Niente male. Dovrò venire qui più spesso.>> si è buttato sul letto per tastarne la morbidezza, poi ha lanciato uno sguardo lungo i miei scaffali e ha notato le vecchie scarpe che mi aveva regalato <<Oddio … le hai in bella vista, eh? Le hai leccate così tanto che sembrano nuove.>> ha ridacchiato.
<<G … già.>>
<<Comunque spogliati.>>
<<Come?>>
<<Hai capito.>> ha detto lui, alzandosi in piedi <<Via i vestiti. Fanno schifo. Ti voglio elegante per stasera.>>
<<Ah … okay.>>
Lui si è diretto verso i miei armadi e aprendoli ha personalmente scelto l’outfit che avrei dovuto indossare.
<<Guarda quanto sei bello.>> mi ha poi detto, dopo avermi vestito a dovere <<Sembri quasi una persona normale.>>
<<G-grazie.>>
Lui mi ha squadrato per qualche secondo prima di continuare a parlare, poi ha detto:
<<Dovresti iniziare a chiamarmi “padrone” sai?>>
Io ho deglutito <<Oh … ehm … va bene. Padrone.>>
Lui ha sorriso leggermente e mi ha accarezzato la testa <<Che carino che sei. Dov’è tua madre comunque? Avevi detto che stava a casa.>>
<<In camera sua probabilmente … starà dormendo.>>
<<Aspettiamo che si svegli allora.>> e detto ciò si è voltato verso la televisione, accendendola e accendendo anche una console.
Si è messo seduto sulla mia sedia a sacco, che è comodamente collegata col pavimento; aveva le scarpe ancora ai piedi, e la voglia di buttarmi lì sotto a leccargliele stava rapidamente salendo … ma appena ci ho provato, mettendomi a quattro a zampe, lui mi ha fermato.
<<Non ti ho dato il permesso di fare il cane.>> mi ha interrotto lui lanciandomi un rapido sguardo <<Sei ancora la mia guida turistica. Anzi no … sei il mio maggiordomo ora. Quindi rimani in piedi lì dietro e stai in attesa di ordini. Ti potrai sedere solo quando te lo concedo.>>
Ho annuito subito <<Sì.>>
<<Sì?>>
<<Sì padrone.>> mi sono corretto.
<<Bravo. E portami qualcosa da bere.>>

Gioele ha continuato a giocare alla mia console fino a quando mia madre non mi ha chiamato dalla cucina; era l’ora della merenda.
<<Si è alzata finalmente.>> ha detto Gio, balzando in piedi <<Dai, andiamo. Gli devo parlare.>>
L’abbiamo trovata in cucina davanti al tavolo, su cui era stata messa la merenda; pane appena sfornato, prosciutto crudo, formaggio pregiato, rucola fresca, accompagnato da una caraffa di succo di frutta artigianale.
<<Wow! Qui si mangia bene, eh?>> ha esclamato Gioele, stupendo mia madre che non si aspettava di vedere qualcun altro oltre a me in casa.
<<Oh … ehm, ciao! Non pensavo avessimo ospiti.>> è stata la sua risposta.
<<Salve.>> ha salutato Gioele con educato sorriso <<Li hai fatti tu questi panini?>>
<<Sì, per merenda … Tu come ti chiami?>>
<<Gioele. Sono un suo compagno di classe.>> si è presentato lui <<Lei è la madre giusto? Volevo chiederle una cosa.>>
<<A … a me? Certo, che succede?>>
<<Io e lui volevamo fare un’uscita a coppia, però non avendo i soldi per mangiare fuori abbiamo deciso di farla qui. Non è un problema vero? La casa è bella grossa.>>
Mia madre ci ha messo un po’ a elaborare quelle parole, poi mi ha lanciato uno sguardo abbastanza eloquente <<Non lo so … devo sentire mio marito …>>
<<Non dobbiamo mica fare una festa>> ha insistito Gioele <<è solo un’uscita a coppie. Saremo solo in quattro. Io, lui e le nostre ragazze. Ci comporteremo bene, ci siamo anche vestiti bene, guardi!>>
<<Uhm, v … va bene, devo comunque sentire mio marito ma credo che anche lui non abbia problemi. Basta che non … insomma, che vi comportiate bene come hai detto.>>
Lui ha sorriso <<Perfetto.>> detto ciò ha indicato il cibo presente sul tavolo <<Posso?>>
<<Uh? Certo! Ne ho fatto abbastanza per tutti, non ti preoccupare, mangia pure. Anzi, ora faccio un altro paio di panini per sicurezza.>>
Lui non se l’è fatto ripetere due volte, ma quando ho provato ad imitarlo mi ha subito fermato con lo sguardo, incurante della presenza di mia madre; mi ha guardato dritto negli occhi senza dire nulla, ricordandomi che senza il suo permesso non potevo mangiare.
Ho capito, e sono stato fermo.
Gioele ha parlottato ancora un po’ con mia madre, complimentandosi del cibo preparato e poi vantandosi del fatto che anche lui sapeva cucinare molto bene, dopodiché ci siamo portati la merenda in camera, e mentre lui giocava alla console io lo imboccavo come avrebbe fatto uno schiavo dell’antico Egitto; quello era solo uno dei tanti giochetti da servo che mi faceva fare.
Finito di imboccarlo mi ha concesso la possibilità di togliergli le scarpe e massaggiargli i piedi; sono rimasto sotto di lui fino a quando non mi ha fatto capire che dovevo alzarmi con un improvviso calcio.
<<Tra poco dobbiamo andare a prendere la tipa. Hai detto che avevi la macchina, no?>>
<<Sì padrone.>> ho confermato io.
Lui ha assunto un’espressione leggermente perplessa <<Perché non te l’ho mai vista?>>
<<N … non è mia. È di mia madre. Però possiamo usarla quando lei è a casa.>>
<<Ah, capisco. Ma tu non hai la patente, vero?>>
<<No padrone.>>
<<Quindi è una macchina automatica al 100%?>>
<<Sì padrone.>>
Ci siamo preparati per uscire, dopodiché l’ho accompagnato nel garage di casa dove gli ho mostrato la macchina di cui parlavo; grande abbastanza per cinque persone, era sprovvista di volante, totalmente elettrica, e pesantemente imbottita; in caso di incidente non si sarebbe fatto male nessuno.
<<Carina>> ha commentato lui <<però dovreste pulirla più spesso. Odio la polvere.>>
<<Hai ragione, scusa padrone.>>
<<Dai, salta su. O faremo tardi.>>
Durante il viaggio Gio si è messo seduto davanti a me; non mi ha permesso di togliergli le scarpe, ma mi ha permesso di stare ai suoi piedi per leccargliele, cosa che ovviamente ho fatto mentre lui se ne stava al telefono.
Dopo un po’ la mia fidanzata mi ha chiamato, ma lui mi ha vietato di rispondere e si è fatto consegnare il telefono, rispondendo al posto mio.
<<Pronto?>> l’ho sentito dire, mentre il cuore iniziava a battere forte <<Sono un suo amico. Mi chiamo Gioele. … Senti no, non può venire a prenderti. Tu puoi venire per conto tuo? Hai una macchina? … Lui ora è occupato … no non richiamare, è occupato, parla con me se vuoi … no, non può parlarti … ascolta puoi venire da sola o no? Sì? E allora ci vediamo dopo … sì, hai capito bene … significa che ci vedremo, che altro c’è da capire? … Ci vediamo a casa sua … sì, a casa sua … Senti, ci vediamo dopo, ora devo andare, ciao.>> e detto ciò ha spento il telefono, poi mi ha lanciato uno sguardo <<La tua tipa ha una bella voce.>> ha detto <<Se ha anche qualcos’altro di bello me la scopo.>>
Ho sentito lo stomaco contorcersi a quelle parole … ma non sapevo se si fosse contorto per il piacere o la paura.
Arrivati a destinazione, a salire in macchina è stata una ragazza più alta di me, estremamente atletica, e dall’aspetto un po’ più grande del previsto; forse aveva la stessa età del fratello di Gio.
Era vestita in modo molto elegante, con tanto di scarpe coi tacchi; capelli lunghi, rossetto, sembrava una modella; il suo profumo aveva riempito istantaneamente l’auto, ma sinceramente lo trovavo fastidioso perché copriva l’odore naturale di Gioele, che seppur non profumato come quello del fratello era comunque un odore di cui ormai non potevo più fare a meno.
<<Bella macchina.>> è stata la prima cosa che ha detto salendo <<È lui lo schiavo?>> ha poi domandato, avendomi visto ai suoi piedi.
<<Sì.>>
<<Carino.>> ha ridacchiato con malizia <<Dove ci porta?>>
<<A casa sua.>>
<<A casa sua?>> a giudicare dal tono sembrava delusa <<Pensavo mi avresti portato in centro!>>
Gioele ha fatto spallucce <<Cambio di programma, casa sua è meglio. Abita in una villa. Ha anche la piscina.>>
<<Uhm … non è ancora stagione per la piscina però.>>
<<La sua ha l’acqua calda.>>
<<Davvero?>>
<<Sì.>>
<<Oh … interessante.>>
<<Però ci saranno anche i genitori. Dovrai comportarti bene.>>
<<Uhm … uffi …!>>
Lui l’ha baciata <<Tranquilla, ti farò divertire io.>> ha aggiunto, facendola ridacchiare.
Con lei a bordo siamo tornati a casa mia.
Quei due non sembravano davvero fidanzati, parlavano e si provocavano a vicenda ma le loro non erano discussioni come quelle che io facevo alla mia fidanzata. Non parlavano di amici in comune, di scuola, del loro futuro, dei loro progetti … parlavano di cose generiche e per lo più noiose, infatti appena poteva Gioele ributtava lo sguardo sul suo telefono mentre la faceva stare zitta con qualche complimento o bacio improvviso.
Una volta tornati a casa ho trovato la mia ragazza ad attenderci lì; quando l’ho vista, in piedi davanti al portone, avevo subito capito che era furiosa.
Ho provato l’impulso di correre verso di lei e chiederle scusa, ma la presenza di Gioele mi ha bloccato; mi serviva la sua autorizzazione per allontanarmi da lui, motivo per cui è stato lui il primo a parlare con lei.
L’ha salutata ignorando il suo umore, dopodiché ha introdotto la sua ragazza.
<<Sì, ciao.>> si è limitata a dire lei, con palese stizza.
Io ci ho parlato per ultimo, ma lei era così arrabbiata che ha messo il broncio e neanche mi ha risposto.
Si aspettava delle scuse probabilmente, e delle attenzioni aggiuntive, altrimenti non sarebbe mai venuta fin lì solo per rimanere in silenzio e fare l’offesa … voleva che io mi scusassi e mi facessi perdonare, ma purtroppo per lei le cose non sono andate così; le mie attenzioni non le ha ricevute perché Gioele mi ha come tenuto al guinzaglio, facendomi capire che era lui l’unico a cui dovevo dare attenzioni.
Una volta rientrati in casa Gio ha salutato con una certa sicurezza anche mio padre, che non aveva preso bene la sua presenza all’inizio; oltre all’essere ancora arrabbiato con me per il fatto dei capelli, mio padre non vedeva di buon occhio le persone come Gioele … lui era un poveraccio, e a mio padre non piaceva stare intorno a loro.
Gio si è comportato molto bene comunque; ha ignorato l’ovvia ostilità di mio padre e si è buttato in cucina a socializzare con mia madre, offrendosi di aiutarla con la cena.
<<Sono bravissimo a cucinare>> gli aveva detto <<io e mio fratello siamo i cuochi migliori del nostro quartiere!>>
Mentre ciò accadeva, la sua fidanzata e la mia si sono messe a parlare; quella di Gioele aveva chiesto della piscina, e la mia, notando che non le stavo dando molte attenzioni, ha deciso di accompagnarla fin lì.
Io sono rimasto con Gio; lo osservavo muoversi e parlare con estrema naturalezza con i miei genitori, entrambi colpiti dalle sue effettive doti culinarie; maneggiava coltelli e pentole con precisione incredibile, e sapeva esattamente cosa fare e quando farlo.
La prima ad essere stata “conquistata” fu mia madre; Gio emanava un fascino incredibile, la faceva ridere, ed era anche vestito più elegantemente del solito, cosa che lo rendeva meno spaventoso ma più attraente.
Sentirli parlare con così tanta leggerezza mi faceva sentire strano; mia madre non parlava in quel modo neanche con me.
Ad un certo punto lui ha detto: <<Visto che sono stato io a cucinare, a pulire i piatti dovrà essere lui.>> e nel dirlo mi ha indicato con la testa.
Mia madre mi ha lanciato uno sguardo, poi ha sorriso leggermente divertita <<Ottima idea! Almeno quello sfaticato fa qualcosa di utile.>>
Una volta pronta la cena abbiamo mangiato tutti insieme.
Io e la mia fidanzata abbiamo continuato ad ignorarci, cosa che ha inevitabilmente incentrato l’attenzione sull’unica persona interessante della stanza, Gioele.
In un modo o nell’altro, era riuscito a conquistare anche la simpatia di mio padre perché ad un certo punto li ho visti parlare tranquillamente di argomenti sportivi e politici.
Il loro discorso è poi virato su un argomento particolare … il poker. Mio padre è un giocatore d’azzardo, a lui piace moltissimo il poker, ed è così che da giovane ha ingrandito la sua fortuna.
Gioele ha iniziato a vantarsi dicendo di essere molto bravo nel poker, e mio padre ha ingenuamente abboccato all’amo; i due hanno discusso delle regole, hanno iniziato a parlare di casi ipotetici e strategie, e infine si sono sfidati.
Papà ha voluto essere gentile con Gio, e ha lanciato una sfida piuttosto magnanima, pensando di vincere facilmente.
<<Se perdi, cucinerai anche la cena di domani. Questi piatti erano buonissimi.>> ha detto ridacchiando <<Se vinci invece … ti offrirò una cena io.>>
<<Una cena?>>
<<Sì. Dimmi un ristorante, e ti pago una serata lì con la tua ragazza. Che ne dici?>>
<<Ci sto.>>
Mio padre su una cosa aveva ragione: la cena è stata davvero buonissima, Gioele sapeva cucinare divinamente. Per il resto però … ci aveva visto corto.
Finito di mangiare tutti sono usciti dalla cucina, chi per giocare a carte chi per starsene nel giardino … ma io no; a me toccava lavare i piatti.
<<Ma no! Scherzavamo! A quelli ci pensa Lena tanto.>> ha subito detto mia madre, ma Gio l’ha fermata.
<<Lena?>> ha chiesto Gioele a quel punto.
<<È la nostra donna delle pulizie.>> ha risposto mia madre <<Domani verrà e pulirà tutto, non c’è bisogno che lo faccia lui ora.>>
<<Sì che c’è n’è bisogno invece, perché l’accordo era che io cucinavo e che lui puliva.>> ha ribattuto Gioele <<Giusto?>>
Io ho annuito <<S-sì! Non c’è problema! Li pulisco io.>>
<<Perfetto allora.>> ha sorriso Gioele con compiacimento.
Mia madre non era molto convinta della cosa, e infatti ha deciso di rimanere in cucina ad aiutarmi.
Nel mentre che lavavamo insieme si è lasciata sfuggire un commento particolare su Gioele però.
<<Certo che è davvero interessante il tuo amico … e poi è bellissimo. Dove lo hai conosciuto?>>
<<A scuola.>> mi sono limitato a dire io.
<<Fagli i complimenti da parte mia. Cucina davvero bene. Sarà sicuramente un marito fantastico.>>
Dopo aver lavato tutti i piatti, lei mi ha detto che potevo anche andare in salotto con gli altri; alle pentole avrebbe pensato lei. Ho provato a insistere sul fatto che volevo essere io a pulirle, ormai ero abituato, ma lei non ha voluto sentire storie e così l’ho ascoltata.
Entrando nel salotto ho assistito ad una scena che forse mi aspettavo, ma che mi ha comunque sorpreso: Gioele con in mano duecento euro in taglie da 50, e mio padre con in mano delle carte da poker.
Ho notato che c’erano anche le due ragazze lì, e avvicinandomi ho provato a chiedere alla mia fidanzata il cosa stesse accadendo, ma lei non mi ha risposto perché più arrabbiata di prima; a rispondere è stata la tipa di Gio però.
<<Tuo padre ha perso cinque volte di fila. Dopo la prima volta ha iniziato a scommettere soldi veri.>>
Ho lanciato uno sguardo a papà; aveva un’espressione molto concentrata.
Ho spostato lo sguardo su Gioele; era rilassato, e aveva un sorrisetto spavaldo sul volto.
<<Sicuro di volerlo rifare? Te l’ho detto, sono bravo in questi giochi qui. Dadi, poker, freccette … sono troppo forte in questo tipo di giochi. Non posso perdere.>>
<<Zitto e gioca.>>
<<Uh, okay … il vecchio fa sul serio.>> si è voltato verso la mia fidanzata <<Ora tocca a te fare da dealer. Mi raccomando fai come prima, che mi hai dato una mano pazzesca!>>
Lei ha sorriso leggermente <<Va bene.>>
Io ho osservato in piedi la sesta vittoria di Gioele, e sedendomi mi sono goduto anche la sua settima, fino alla decima; mia madre ha assistito solo alle ultime due partite.
<<Bah … certo che hai un culo che fa davvero schifo tu.>> ha commentato papà dopo l’ultima sconfitta, mentre Gio è scoppiato a ridere.
<<Te l’ho detto … sono troppo forte.>>
<<Bah! La prossima volta faremo una partita vera, con regole normali. Ora però sono stanco.>> ha detto mio padre, alzandosi pesantemente dal tavolo <<Ci vediamo domani.>>
<<In effetti è tardi. Mi sa che vado anche io. Voi fate i bravi, eh?>> ha aggiunto mia madre, così da poterlo raggiungere e forse consolare.
Gio si era appena guadagnato 450 euro, ma la serata non era finita lì. Si è messo a parlare sia con la sua fidanzata che con la mia, lasciandomi completamente in disparte; ogni tanto mi ordinava di portare da bere, e io obbedivo istantaneamente.
<<Andiamo in piscina signori?>> ha chiesto ad un certo punto.
<<Non abbiamo il costume.>> ha risposto la sua fidanzata.
<<E allora?>> lui si è tolto la camicia e i pantaloni <<Andiamo così.>>
<<Tu sei pazzo! Non voglio bagnarmi.>>
<<Quanto siete noiose.>> Gioele mi ha guardato <<Spogliati bello. Non fare la fighetta anche tu.>>
Quello era più un ordine che un invito, e così senza dire troppo mi sono tolto i vestiti e lasciato solo le mutande; mi sono reso conto troppo tardi che forse non avrei dovuto farlo davanti alla mia fidanzata, perché una volta mezzo nudo sarà stato impossibile per lei non mettere a paragone i nostri due fisici.
Io estremamente secco e magro, ma con la pancia più gonfia del dovuto; lui snello e atletico, scolpito come una statua.
Ho iniziato a bruciare dalla vergogna … il solo stare vicino ad un fisico come il suo mi stava umiliando.
<<Fra’, dovresti proprio andare in palestra.>> ha ridacchiato Gio mentre mi avvicinavo a lui, poi si è voltato verso la mia ragazza <<A proposito, sei vergine tu?>>
<<Eh? ma che domande sono?>> è stata la reazione della mia ragazza; anche io sono rimasto interdetto da quell’improvvisa domanda.
<<Sono solo curioso.>> ha continuato Gio, con tono innocente <<Non credo voi due abbiate scopato, cioè … a parte che è l’anti-sesso, lui ha anche un pisello troppo piccolo, non può averti sverginato con quello.>>
<<Piccolo? Tu che ne sai? Non devi giudicare solo dalla copertina, magari lo ha più lungo di te.>>
Lui a questo punto si è lasciato sfuggire una risata <<Questo significa che non avete mai scopato allora. Non l’hai mai visto tutto nudo. Lui ha il pisello lungo quanto un dito,>>
<<E tu che ne sai?>> è stata la rapida risposta <<Lo hai visto per caso?>> ha aggiunto, con tono di sfida.
<<Sì che l’ho visto.>>
Lei a quel punto è rimasta interdetta <<A-ah sì?>> era ovvio che non si aspettava quella risposta <<E … quando?>>
<<Da quando è diventata la mia cagna.>>
<<Eh?>>
Lui ha ridacchiato divertito <<Il tuo ragazzo è la mia cagna personale. Mi ha dato tipo … dieci mila euro, o qualcosa del genere, in meno di un mese.>>
Lei ha assunto un’espressione perplessa <<Ma che … che dici?>> poi si è voltata verso di me, sforzandosi di fare un sorriso incredulo <<Il tuo amico è matto …>> ha detto con poca convinzione.
<<Non sto scherzando, è vero. L’ho anche messo al guinzaglio.>> Gio si è voltato verso di me, e ha fatto un cenno eloquente con la testa <<Giù i pantaloni. Fagli vedere il tuo guinzaglio.>> ha ordinato, e senza esitazione ho obbedito.
La mia ragazza ha assunto un’espressione inorridita e indignata; il fatto che io gli stessi obbedendo in modo così meccanico l’aveva disgustata, ma poi la sua attenzione è stata presa da qualcos’altro … qualcosa che io avevo sul pene.
<<E quello cos’è?>> ha chiesto lei, guardandomi l’anello rosso.
<< Il guinzaglio.>> ha risposto Gioele con un largo sorriso <<Ti piace?>>
Lei a quel punto è scattata in piedi lanciando a tutti i presenti degli sguardi orripilati <<Fate schifo.>> ha detto, dopodiché ha preso la sua borsa e si è diretta verso la porta di casa.
<<E-ehi, aspetta! Non vuoi paragonare il suo uccellino al mio?>>
Ma lei non ha risposto e se n’è andata.
Gioele a quel punto ha fatto spallucce.
<<Vorrà dire che me la scoperò un altro giorno.>> si è limitato a dire <<Dai, tutti in piscina. Anche tu! Non me ne frega un cazzo se ti bagni.>>

Quando mi sono svegliato, ero incredibilmente rilassato; il divano del salotto era molto meglio del pavimento su cui di solito dormivo quando passavo la notte a casa di Gioele.
Era stata mamma a svegliarmi, che mi aveva anche chiesto il cosa ci facessi lì.
<<Ehm … G-Gio è in camera mia …>> è stata la mia risposta.
<<E allora? Il letto è grande per entrambi.>>
<<Sì ma voleva stare da solo con la sua tipa … quindi …>>
<<Ma che significa? Dai alzati e vatti a lavare, che è tardi! E dì al tuo amico che se vuole stare da solo con la sua fidanzata può farlo a casa sua, non qui! Non può farti dormire sul divano!>>
Io non ho detto nulla, mi sono semplicemente tirato su e sono andato al piano superiore, pronto a farmi la doccia … ma prima di entrare nel bagno mi sono ricordato di una delle tante regole che mi erano state imposte dai due fratelli.
“Il bagno non è per i cani”. Giusto, se volevo usarlo dovevo prima chiedere il permesso.
Sono così passato prima in camera mia, dove ho trovato Gio e la sua ragazza nudi sopra al mio letto; stavano dormendo beatamente, incuranti dell’orario.
Il mio sguardo si è istintivamente portato sul corpo della ragazza, magnifico da nudo; poi si è naturalmente spostato sul corpo di Gioele, e su ciò che nascondeva tra le gambe.
Era la prima volta che glielo vedevo in modo così chiaro e nitido; l’ho visto spesso nudo, ma in genere non ci facevo troppo caso.
Il suo pene era … normale? Sopra la media sicuramente, probabilmente sui 20 centimetri, però in linea con quello che mi immaginavo avesse. Niente di paragonabile al mio ovviamente, che rimane ben al di sotto della media e ancora inutilizzabile a causa dell’anello.
Nel guardarlo, il mio organo genitale è tornato ad agitarsi, e così mi sono di nuovo immerso nel mio ruolo da “cane”; ho piegato i suoi vestiti e quelli della ragazza, dopodiché sono andato nel bagno e ho preparato la vasca affinché potesse utilizzarla, e infine sono andato a svegliarlo.
Lui ha sbadigliato, si è stiracchiato, si è tirato su con aria fresca e rilassata e nel guardarmi mi ha accarezzato la testa sorridendo.
<<Questo letto è divino>> ha detto <<si dorme proprio bene qui. Mio fratello deve assolutamente provarlo.>> detto quello si è voltato verso la tipa e ha svegliato anche lei <<Ehi, io devo andare a scuola. Alzati, che ti lasciamo in centro.>>
Lei ha mugugnato qualcosa e poi ha iniziato a muoversi.
<<Lui può stare qua?>> ha chiesto dopo avermi notato.
<<È il mio cane, certo che può stare qua. Dorme sempre ai miei piedi. O per terra.>> ha risposto Gioele con naturalezza <<Questa volta l’ho lasciato sul divano per punizione.>> mi ha lanciato uno sguardo <<Gli avevo detto di pulire i piatti. Tutti i piatti. E invece ha lasciato le pentole.>>
<<Capisco …>> lei si è tirata su e si è stiracchiata <<dovresti punirlo meglio però.>>
<<Ci penso io a lui. Ora vieni in bagno, non abbiamo tutta la mattina.>>
Io li ho accompagnati in bagno per aiutarli ad impostare la doccia, e nel farlo ho assistito ad una scena a dir poco … incredibile; Gioele, nudo e completamente incurante, si è messo davanti al gabinetto a pisciare dicendo alla sua tipa:
<<Vieni e fa il tuo lavoro.>>
Lei non se l’è fatto ripetere due volte; si è buttata in ginocchio alle sue spalle, ha affondato la testa tra le sue chiappe … e ha iniziato a leccare, con incredibile vigore.
Gio stava pisciando mentre una modella gli leccava letteralmente il culo.
Ho assistito alla scena come rapito, in silenzio.
Non proverò mai quella sensazione in vita … essere nudo senza consapevole di avere un aspetto impeccabile, liberarmi la vescica mentre una bellissima ragazza si divorava il mio culo come se da lì uscisse cioccolato … vivrò tutta la mia vita senza mai godere una singola volta di privilegi simili.
Quando Gio ha finito di pisciare si è tranquillamente diretto verso la doccia, seguito dalla ragazza che ha gattonato pur di continuare ad avere la testa attaccata a lui; una volta là dentro Gio ha preso la tipa per i capelli e voltandosi gli ha infilato il pisello in bocca, per poi lasciarla in quella posizione mentre apriva l’acqua e iniziava ad insaponarsi la testa.
Dal momento che non mi era stato dato nessun ordine sono rimasto silenziosamente in attesa, godendomi quello spettacolo.
Gioele si è fatto la doccia migliore del mondo probabilmente, perché la ragazza non si è limitata a succhiarglielo, ma si è anche messa a insaponarlo e pulirlo, baciandogli diverse parti del corpo nel processo; lo stava adorando come un dio, coccolando come un re … e nel mentre si lavava anche lei con l’acqua che scivolava via dal corpo del ragazzo.
Li ho attesi a lungo, forse troppo; ho iniziato a preoccuparmi di star facendo troppo tardi per la scuola.
Quando Gio è finalmente uscito da lì io l’ho accolto come sempre, ovvero con asciugamano posto ai suoi piedi e un altro tra le mie mani.
Questa volta però la scena era diversa. Dietro a Gioele, in ginocchio come me, c’era la ragazza; stava ancora con la testa tra le sue chiappe, intenta a leccare.
L’espressione di Gio era molto più spavalda e divertita del solito, ma anche più rilassata e compiaciuta; si stava davvero godendo il momento.
<<Prendi l’asciugamano.>> ha ordinato alla ragazza, e lei si è subito messa al lavoro.
Io non avevo mai avuto l’onore di asciugarlo dopo una doccia; l’avevo imboccato, avevo dormito ai suoi piedi, mi ero fatto usare come tappeto e poggiapiedi … avevo fatto tante cose per lui, ma non mi era mai stata data l’opportunità di asciugarlo dopo un bagno, o di toccarlo se non sui piedi.
<<Il tuo cagnolino è invidioso …>> ho sentito dire dalla ragazza, con vocina maliziosa e sorrisetto divertito.
Gio a quel punto ha abbassato lo sguardo su di me <<Sei invidioso?>> mi ha chiesto, guardandomi dritto negli occhi.
Io ho annuito piano <<Sì padrone.>>
<<Perché sei invidioso?>>
Dopo tanto tempo, ho risentito l’impulso di esitare … ma l’ho combattuto facilmente e ho risposto con sincerità alla sua domanda.
<<Voglio asciugarti.>>
<<Vuoi … asciugarmi?>> ha chiesto lui incrinando di lato la testa.
<<Sì.>>
<<Non mi faccio asciugare dai cani.>> è stata la sua risposta <<Ma ora come ora mi sento piuttosto gentile … se vuoi posso farti un regalino.>>
Io ricordo di aver deglutito; avevo l’acquolina in bocca.
<<Sì … per favore.>>
Lui si è lasciato sfuggire un sorrisetto malizioso e divertito <<Va bene. Rimani fermo così. Chiudi gli occhi e apri la bocca.>>
Sarò sincero, mi sono un po’ spaventato, ma ho comunque obbedito ai suoi comandi.
<<Aprila di più. E stai fermo. Non muoverti, capito?>> mi ha detto lui dopo un po’ <<Non muoverti …>>; ho obbedito ancora, dopodiché ho sentito qualcosa appoggiarsi sul mio volto … e poi, con mia enorme sorpresa, ho sentito qualcosa entrarmi con forza e violenta in bocca … qualcosa di gigantesco, ma non solido né liquido.
Gas.
Gioele aveva rilasciato un’enorme, fortissima e improvvisa bomba di gas dritta nella mia bocca; la mia reazione fu quasi istantanea, mi sono allontanato tossendo con violenza, ma ormai il gas era passato … ho chiaramente sentito l’aria violarmi la gola e proseguire giù.

<<Cazzo, questa mi è venuta proprio bene.>> ha detto il ragazzo con un sorriso divertito, mentre la ragazza è scoppiata a ridere <<Te l’ho spedita dritto nello stomaco!>>
E mentre quei due sghignazzavano, io stavo letteralmente avendo dei conati di vomito; il mio corpo voleva liberarsi dei suoi gas in tutti i modi possibili, e tossire non bastava.
<<Comunque ti avevo detto di stare fermo.>> ha continuato a dirmi Gio dopo un po’, con tono un po’ più serio.
<<S … scu … scusami …>> sono riuscito a dire io, mentre combattevo con tutte le mie forze la voglia di vomitare.
Lui ha fatto una smorfia <<Mi sa che devo addestrarti ancora un po’ … comunque ora vado a vestirmi. Quando scenderà in cucina, la colazione deve essere già pronta e sul tavolo. Capito?>>
<<S … sì padrone.>>
Quei due sono usciti, sghignazzando e lasciandomi sul pavimento del bagno da solo.
Mi sentivo debole come dopo un pestaggio, però alla fine mi sono comunque tirato su per fare il mio lavoro.
La colazione era l’unico pasto che mi era concesso di preparare; io non sapevo cucinare a differenza dei fratelli, però loro non mangiavano cose particolari la mattina, un bicchiere di latte con qualche biscotto bastava.
Quella mattina è andata meglio del previsto perché c’era anche mia madre, che mi ha aiutato a preparare una colazione un po’ più interessante del solito.
È stato strano fare colazione insieme a Gioele stando seduto al tavolo con lui; in genere sono seduto per terra in queste occasioni, tra i piedi dei due fratelli così da dargli la possibilità di lanciarmi qualche biscotto ogni tanto.
Dopo aver mangiato abbiamo usato la macchina di mia madre per riportare la ragazza in centro città e andare a scuola; la macchina è poi ritornata a casa da sola.
Quel giorno Gioele lo ha passato senza zaino, dato che non se lo era portato a casa mia, e sono stato io a prendere gli appunti per lui; quando uno dei suoi amici se ne accorto mi ha detto che anche lui voleva i miei appunti, e io non ho potuto fare altro che annuire.
Devo dire che i suoi amici si sono abituati alla mia presenza nel loro gruppo in modo piuttosto rapido.
Finita la scuola, Gio non mi ha portato a casa sua bensì a casa di un suo amico.
Si trattava di un appartamentino in periferia, niente di particolare o moderno, però comunque comodo; dentro c’erano un sacco di persone (una dozzina di ragazzi e qualche ragazza), ma non mi avevano portato lì per conoscermi o fare amicizia.
Ero stato presentato come “la cagna del gruppo” e mi hanno messo in salotto, sul tavolino che si trova davanti al divano; mi hanno fatto sedere lì per terra, dopodiché Gio mi ha detto che non mi sarei potuto alzare se non per andare in bagno … il motivo? Avevo centinaia di esercizi e compiti scolastici da fare, e lì avrei fatti lì, sotto la supervisione della sua compagnia di amici.
Non era necessaria la presenza di Gioele infatti … loro avevano il compito di tenermi a bada, che lui ci fosse o meno. E in caso di comportamento negativo da parte mia, Gio gli aveva detto di non aver paura ad usare la forza su di me.
<<Lasciatelo lavorare, ha un sacco di compiti da fare. Ma per il pranzo o cose così potete usarlo, non è un problema. Basta che non perda troppo tempo, va bene?>> gli ho sentito dire ad un paio di loro.
All’inizio non capivo il perché mettermi seduto davanti a quel tavolino comunque, potevo tranquillamente sedermi su un tavolo normale, ma poi mi è stato tutto più chiaro: prima di tutto i tavoli normali li usavano loro e immagino non volessero avermi tra le scatole … ma poi, seduto lì per terra al tavolino del divano, mi sono ritrovato spesso con i loro piedi ad un passo dal mio volto.
Gli amici di Gio che si sedevano sul divano usavano il tavolino come poggiapiedi, questo mi portava ad avere le loro scarpe e in alcuni casi anche i loro piedi proprio davanti al muso.
Loro fumavano, bevevano, parlavano e scherzando; alcuni giocavano al telefono o a una console portatile, altri li vedevo “combattere” e fare dei veri e propri incontri di boxe tra di loro (in modo amichevole ovviamente) … io invece sono stato tutto il tempo a lavorare, incessantemente, spesso con delle scarpe o dei calzini sudati che mi sfioravano le guance.
Ogni tanto mi perdevo a guardare i loro piedi, godendomi quello spettacolo … ma ogni volta che smettevo di apparire indaffarato, uno di loro mi ricordava che ero lì per lavorare.
Per rimettermi in riga delle volte urlavano, delle volte fischiavano o schioccavano le dita … in tutti i casi mi sono sempre sentito come un vero e proprio prigioniero; erano solo ragazzi, ma quando parlavano con me erano incredibilmente seri e autoritari. Non “scherzavano” … e lo percepivo.
Ad un certo punto ricordo che il mio telefono è squillato, ma uno di loro si è subito precipitato su di me per dirmi cosa rispondere e come farlo; erano molto attenti a queste cose per essere solo un normale gruppetto di adolescenti.
Comunque non ho perso troppo tempo a guardarmi intorno perché avevo più di 22 persone a cui fare i compiti, ed ognuna di loro avrebbe dato 5 euro a Gioele per quel servizio; mi sentivo usato e sfruttato come un vero schiavo, però la sola idea di star in qualche modo pagando Gio anche senza la mia carta di credito mi eccitava.
Quel ragazzo aveva trovato il modo di spremermi anche se la mia carta era vuota.
Oltre ai compiti ho dovuto fare anche altri lavoretti. Verso le quattro del pomeriggio ad esempio, due di loro mi hanno portato in cucina e mi hanno detto di lavare i piatti … una MAREA di piatti. Sono rimasto lì fino alle cinque, quando mi hanno permesso di andare in bagno e poi mi hanno rimesso a lavorare sui compiti.
Gio non era lì comunque; dopo avermi portato da loro era uscito, ed è tornato solo quando il sole era tramontato da un po’, dopo l’ora di cena.
<<Sono venuto a riprendermi il cane>> aveva detto <<si è comportato bene?>>
<<Sì, è stato bravo. È obbediente e tutto ma dovresti fare come tuo fratello e comprargli un guinzaglio un vero da mettergli al collo. Così possiamo attaccarlo al tavolo la prossima volta, o al muro. Almeno siamo sicuri che non si muove.>>
<<Ci penserò. Posso riprendermelo o …?>>
<<Se si regge ancora in piedi ci sarebbero i piatti da pulire.>>
<<Va bene.>>
Gioele è così venuto da me e mi ha detto che coi compiti potevo smettere perché c’era altro lavoro da fare; mi hanno riportato in cucina, e lì si sono messi a parlare tra di loro e a bere mentre io, con le mani tremanti e la testa che esplodeva dal dolore, mi sono messo a pulire un’altra pila di piatti e pentole sporche … inferiore a quella precedente fortunatamente.
Ricordo solo che una volta finito mi sentivo sull’orlo dello svenimento. Non avevo MAI faticato così tanto in vita mia.
Mi sono voltato verso Gio e il suo amico, alto e tarchiato quasi quanto il fratello.
L’amico mi ha guardato dritto negli occhi; aveva i capelli cortissimi (taglio militare), e degli occhi chiari; godeva di un volto spigoloso, severo, squadrato ma decisamente attraente.
<<Bel lavoro>> mi ha detto <<sei un bravo cagnolino. Vuoi un premio?>>
<<Direi che se lo merita considerando quanto è stato bravo.>> è intervenuto Gioele.
<<Già. Apri la bocca.>>
Deglutendo, ho obbedito; ho aperto la bocca, e lui ha sputato al suo interno senza troppi preamboli.
La sua saliva sapeva di birra e qualcos’altro … aveva un sapore decisamente disgustoso se confrontata con la saliva del fratello di Gio.
Ho ingoiato con grandissima fatica, ed è stato ancor più faticoso nascondere il conato di vomito che mi è venuto dopo.
L’amico di Gio è rimasto a fissarmi per qualche secondo, poi si è voltato verso Gioele.
<<Non mi sembra molto allenato.>> ha commentato.
<<In queste cose no.>>
<<Non mi sembra neanche educato.>>
Gioele a quel punto si è rivolto a me <<Cosa si dice a qualcuno che ti ha fatto un regalo?>>
<<G … grazie.>> ho risposto io a quel punto.
<<Già.>> ha annuito l’amico di Gio <<Riproviamoci, magari va meglio questa volta. Apri la bocca.>>
Ho preso un bel respiro, quindi ho obbedito nuovamente; l’amico ha bevuto un piccolo sorso dalla bottiglia che teneva in mano, si è sciacquato la bocca con quel sorso, dopodiché l’ha interamente sputato nella mia.
Questa la saliva sapeva decisamente di birra.
Ho ingoiato con maggiore velocità di prima per evitare altre ripercussioni, e ho subito ringraziato.
<<Meglio.>> l’amico mi ha dato uno schiaffetto sul volto <<Aspetta il tuo padrone nell’atrio. In ginocchio. Testa sul pavimento.>>
<<Sì.>>
Non ho dovuto attendere a lungo fortunatamente. Gioele è venuto a prendermi dopo pochi minuti, e sono tornato a casa sua quel giorno.
Una volta lì dentro mi sono spogliato nudo e mi sono subito buttato ai piedi del fratello di Gio, che non vedevo da quasi tre giorni ormai; tornare ad assaporare il suo profumo ha avuto un impatto simile al tornare avere sensazioni sul pene.
Lui mi ha accarezzato e salutato come se fossi un vero cane, dopodiché mi ha messo in ginocchio e mi ha consegnato la cena su una ciotola.
Quella notte ho dormito lì, affianco al letto di Gio, affinché potesse usarmi come tappeto durante il suo risveglio.
I giorni dopo sono stati tutti abbastanza “normali”, se di normalità si può parlare.
Li ho passati a studiare e “lavorare” per Gioele, incessantemente; andavo a scuola, prendevo appunti per lui e la sua comitiva, poi uscivo da scuola e facevo i loro e i compiti di tutti quelli disposti a pagare per farseli fare; i soldi che Gio guadagnava con il mio sudore li spendeva in cene, alcol, serate e feste.
Anche i suoi amici mi usavano come servo ormai.
<<Me lo puoi prestare lui oggi?>> mi ricordo di aver sentito dire da un amico di Gio.
<<Certo. Che devi farci?>>
<<Ieri ho fatto una festa e i miei tornano stasera. Non ho ancora pulito un cazzo.>>
<<Va bene. Tutto tuo. Non fargli male però.>>
<<Tranquillo. Te lo riporto …dopo cena. Al parco. Va bene?>>
<<Sì.>>
E così mi è capitato di dover pulire le loro case o le loro camere, e mi assicuravo anche di pulire e lucidare le loro scarpe ogni volta che potevo.
Dei video avevano iniziato a circolare a scuola dopo un po’. Video di me che pulivo le scarpe di qualcuno, o che facevo i compiti di qualcun altro mentre dei ragazzi usavano la mia nuca come poggiapiedi … video abbastanza “innocenti” per quanto umilianti e denigratori … video che ormai avevano cementato la mia fama di “tipo strano”.
Anche i professori avevano iniziato a rivolgersi a me in modo strano e darmi meno importanza … che avessero anche loro visto quei video? O forse erano solamente delusi dalle mie ultime performance scolastiche?
Da quando sono diventato lo schiavo a tempo pieno di Gio, i miei voti sono calati drasticamente; facevo i compiti di tutti tranne i miei, e anche se studiavo molto non lo facevo per le materie che mi servivano.
In tutto ciò avevo anche perso del tutto i contatti con i miei vecchi amici, che ormai mi evitavano e mi prendevano in giro, e la mia fidanzata mi aveva lasciato senza neanche scrivermi un messaggio, mi aveva semplicemente bloccato.
Gioele, il fratello e i suoi amici erano tutto ciò che mi rimaneva. Quando ero a casa sua mi spogliavo e facevo il cagnolino obbediente: pulivo, lavavo, massaggiavo i piedi … ogni tanto venivo usato anche come sacco da boxe, preso a pugni fino a quando non raggiungevo il limite.
Quando ero a casa mia, invece, mi concentravo sui compiti che dovevo fare per i giorni dopo; Gio si assicurava di tenermi in riga con messaggi vocali costanti, che mi ricordavano di rimanere concentrato sui miei doveri.
I momenti più belli di tutto quel periodo arrivavano quando Gio o il fratello decidevano di togliermi l’anello però.
Succedeva raramente, e in concomitanza con specifici eventi.
Una volta ad esempio sono stato denudato in presenza di Gio e altri suoi amici, sono stato legato e poi mi è stato tolto l’anello. Avevano fatto una scommessa tra di loro: ognuno mi avrebbe dato un pugno o un calcio a testa e a rotazione, e il primo che mi avrebbe fatto venire avrebbe vinto dei soldi.
Sono venuto al 6° colpo, ma dato che ero durato troppo poco loro hanno continuato a colpirmi fino a farmi venire una seconda volta … non so quanti pugni mi diedero, ricordo solo che alla fine di quella scommessa mi sentivo così stanco e distrutto che il solo pensare mi causava dolore.
Di eventi simili ne sono accaduti quei giorni, che però proseguivano per lo più normalmente e monotonamente.
E il tempo, alla fine, è passato.
La scuola stava giungendo al suo termine … e io ricordo che ho addirittura provato paura, paura di non rivedere più Gioele una volta finito l’anno scolastico perché a causa del peggioramento della mia media il rischio di essere bocciato era davvero molto alto.
Non sapevo che in realtà il bello doveva ancora venire.
Quell’estate sarebbe stata … infernale.

Le vacanze estive sono iniziate nel peggior modo possibile.
Per prima cosa papà si è reso conto del debito che mi ero fatto nella mia personale carta di credito; speravo che non lo avrebbe mai notato, ma alla fine quel giorno è arrivato.
Quel debito, unito al fatto che ogni mio voto si è più che dimezzato e al fatto che ormai stavo più a casa di Gioele che a casa mia, hanno portato i miei genitori a pensare che io mi stessi drogando.
Papà si era convinto che io stessi frequentando una compagnia di delinquenti e spacciatori, e che mi stessi intossicato con qualcosa. Aveva addirittura ricollegato il fatto che mi fossi tagliato i capelli a questa sua teoria.
A dargli credito è stato anche il fatto che in effetti io ero intossicato. Stare troppo tempo lontano a Gioele e suo fratello mi causava effetti simili all’astinenza, specie in quel periodo in cui loro erano i miei unici contatti sociali, e questo ha portato mio padre ad insospettirsi ancora di più.
Inoltre avevo ancora l’anello di castità addosso, quello non aiutava per niente con la mia “dipendenza!. Ammetto di aver anche provato a togliermelo … ma niente. È irremovibile, sembra fuso con la mia pelle per quanto è appiccicato. Senza chiave non si può togliere.
Comunque, pochi giorni dopo il termine della scuola papà mi ha informato che io quell’anno sarei stato bocciato se non fosse stato per il suo intervento; non so il come abbia fatto a convincere i professori, ma alla fine sono stato ammesso all’anno successivo.
A causa di tutto ciò, papà aveva preso la drastica decisione di annullare la vacanza estiva che aveva programmato per me e di tenermi in punizione.
Della vacanza a me non importava nulla a dire il vero, anzi ero felice di non dovermi allontanare da Gioele … il problema era la punizione però.
Come prima cosa avrei dovuto ripagare il debito che mi ero fatto con le mie mani, e per farlo papà mi aveva messo a lavorare insieme a lui; passavo gran parte delle mie giornate nel suo studio come assistente d’ufficio.
Come seconda cosa non potevo più uscire di casa liberamente, né potevo più portarmi soldi dietro quando lo facevo, e ogni volta che lasciavo la mia casa o ero insieme a papà o insieme a mamma.
E infine anche le mie interazioni sociali tramite apparecchi digitali sono state compromesse; non potevo più navigare su internet senza che papà sapesse in quali siti andassi, addirittura chiamate e messaggi erano stati messi sotto controllo; ogni mio movimento era monitorato.
Potrebbero sembrare provvedimenti leggermente esagerati a prima vista, ma va preso in considerazione il fatto che io avevo ancora a disposizione tutti i miei videogiochi; l’essere spiato durante la navigazione online significava solo il non poter più visitare siti porno (non che ne facessi più uso ormai), mentre il non poter uscire di casa significava il dover passare le giornate più calde in piscina.
La parte più dura di quella punizione era il dovermi svegliare ogni mattina alle sei per seguire papà a lavoro; le giornate lavorative duravano fino alle diciotto, delle volte anche fino alle venti, ed erano assurdamente noiose e ripetitive per me.
E poi c’era il fattore Gioele ovviamente. In quei giorni il non poterlo vedere fu una vera e propria tortura. Potevo ancora scrivergli ovviamente, papà non leggeva i messaggi che mandavo ma solo a chi li mandavo, però Gio non era interessato molto al chattare con me.
Ogni mattina lo salutavo con un “buongiorno”, continuavo augurandogli una buona colazione, poi un buon pranzo, una buona cena, e finivo con una buonanotte; lui non mi rispondeva quasi mai però.
Ogni tanto provavo ad aprire delle conversazioni, ma lui lasciava i miei messaggi sul “visualizzato” per poi rispondere ore dopo con banali monosillabi … e più il tempo passava più sembrava che si stesse dimenticando di me.
Dopo il primo mese di vacanza Gioele neanche li leggeva più i miei messaggi; li visualizzava giorni dopo che li spedivo.
Sono stati momenti davvero tragici per me quelli. Da capogiro. Non potevo masturbarmi perché avevo l’anello, né potevo interagire con Gioele e il fratello perché ero chiuso in casa … e non c’era niente che potesse aiutarmi ad alleviare la “crisi d’astinenza” che provavo.
Videogiochi, film, video, stream … niente riusciva a soddisfarmi. Io volevo solo stare sotto ai piedi di Gioele, imbevermi dell’odore del fratello, e non pensare ad altro che a loro.
Alla fine, non resistendo, ho chiesto a Gioele di venirmi a trovare.
Lui mi ha risposto un paio di giorni dopo, chiedendomi il perché, e io gli ho spiegato che non riuscivo più a resistere senza di lui e che mi serviva assolutamente una piccola pausa dall’anello.
“Vieni tu” fu la sua semplice risposta.
“Non posso, ti ho detto che mio padre non mi fa uscire di casa senza permesso” ho provato a spiegargli io.
“Vieni lo stesso. Lui sarà tuo padre ma sono io il tuo padrone.”
Quel messaggio mi bruciò completamente il cervello, e mi convinse a disobbedire a papà.
Ho atteso il fine settimana per farlo, perché sabato e domenica non si lavorava e quindi potevo assentarmi senza farlo notare; per ingannare papà ho fatto colazione insieme a lui, dopodiché sono andato a chiedere a Nala una mano.
Lei la vedo solo il finesettimana perché lavora solo di mattina, però ogni tanto ci parlo: è una ragazza sui 25 anni, fin troppo bella per fare solo la donna delle pulizie; viene dall’Est Europa, e da quello che so lavora per noi solo perché papà la paga molto bene.
Le ho chiesto di fare finta di vedermi in camera, portandomi lì il pranzo e poi buttandolo nel gabinetto per fare finta che io lo abbia mangiato; lei inizialmente ha rifiutato, non voleva avere problemi con mio padre, ma sono riuscita a convincerla facendogli gli occhi dolci e promettendogli di ripagarla con un regalino.
Fatto ciò sono sgattaiolato fuori di casa, diretto verso quella di Gioele, a piedi.
Ci avrei messo quasi due ore a raggiungerlo usando i mezzi, e molti tratti di strada li avrei dovuti fare sotto all’infernale sole estivo … ma me andava bene; ad ogni passo che facevo il mio cuore batteva sempre più forte, ed ero così emozionato che mi sembrava quasi che la strada si allungasse sotto i miei piedi.
Quando sono arrivato a casa sua però, ad aspettarmi fu la sua porta chiusa.
Lui era uscito, e neanche suo fratello c’era; gli ho mandato un messaggio, ma come al solito non ha visualizzato; ho così provato a controllare dalle finestre, ma sembrava ovvio che la casa fosse vuota.
Ricordo che stavo sudando come se fossi in una sauna. Stare sotto al sole d’estate è davvero brutale, rischioso addirittura, e quel giorno non avevo idea del dove ripararmi se non dentro casa di Gioele.
Potevo provare ad andare al parco dove Gio si allenava di solito, ma lui non poteva essere lì, faceva troppo caldo per stare lì … e così, anche se sapevo che lo avrei disturbato, ho deciso di chiamarlo.
Sembrerà strano, ma non lo avevo mai chiamato. Non ci avevo mai neanche pensato.
<<Pronto?>>
<<Padrone …>> ho detto io, emozionato nel risentire la sua voce dopo così tanti giorni.
<<Che vuoi?>> è stata la sua risposta seccata.
<<S-scusa se disturbo … ma sono davanti casa tua …>>
<<E quindi?>>
<<Ehm … ecco … tu dove sei?>>
<<Non a casa.>>
<<C … cosa? Ma avevo detto che venivo oggi.>>
<<Lo so. Non soffro di alzheimer, me le ricordo le cose.>>
Sono rimasto un attimo in silenzio dopo quella sua risposta, poi ho deglutito e ho continuato a parlare <<Q … quando pensi di tornare?>>
<<Tu aspettami lì. Quando torno mi vedrai.>>
<<Io posso stare qui fino alle sei di sera però …>>
<<Tu stai lì fino a quando non mi vedi. A dopo.>>
E detto ciò, ha interrotto la telefonata.
Inutile dire che è stato tremendo.
Ogni minuto che passava, mi saliva la voglia di tornarmene a casa. Stare lì fuori con un caldo soffocante e senza nulla da fare mi stava letteralmente uccidendo; non potevo neanche abusare troppo del mio telefono perché la mia batteria non aveva più di due ore di autonomia.
Durante l’attesa ho provato a scrivergli, ma non rispondeva; ho provato anche a richiamarlo, ma l’ha rifiutata. E la cosa peggiore era il fatto che sono rimasto per tutto il tempo a pancia vuota, perché ero uscito di casa senza soldi.
Stavo morendo di caldo, di fame e di sete. Pura sofferenza.
Ricordo che in giro non c’era nessuno. Sembrava di essere in un quartiere desolato post-apocalittico.
Faceva troppo caldo.
Alla fine mi sono seduto davanti alla porta di casa sua, e lì mi sono accasciato in attesa del ritorno di uno dei miei due padroni; il tempo passava così lentamente che mi capitava di addormentarmi, fare sogni lunghi una vita, e svegliarmi dieci minuti più tardi.
Una parte di me continuava a chiedersi se tutto quello aveva senso. L’altra parte di me continuava a rispondergli di sì. Per Gioele avevo fatto di peggio dopotutto: avevo leccato le scarpe di una dozzina di ragazzi diversi, avevo pulito centinaia di piatti e decine di case, avevo fatto migliaia di esercizi scolastici e mi ero preso una marea di sputi, pugni e umiliazioni varie … se ero riuscito a sopportare quello, potevo sopportare una giornata intera sotto al sole.
Verso le sette di sera il mio telefono si è messo a squillare, facendomi rinsavire dal torpore a cui mi ero abbandonato per tutto il giorno.
Per un attimo ho creduto che la chiamata fosse del mio padrone e il cuore mi si è subito acceso di emozione, ma a chiamare non era Gioele bensì papà: aveva scoperto che non ero a casa e voleva sapere dove fossi e il perché fossi uscito senza avvertire.
<<Torno subito.>> mi sono limitato a dire io, poi però ho subito chiuso la chiamata, ben consapevole di essere nei guai; ci avrei messo due ore a tornare a casa … e ancora non avevo visto Gio.
Dato che ormai il danno era fatto, ho ignorato tutte le telefonate successive e ho continuato ad attendere il ritorno del mio padrone; sono rimasto lì, con la pancia che bruciava dalla fame, fino all’ora di cena … fino a quando il sole è finalmente tramontato … e anche oltre.
Alla fine mi sono accasciato davanti alla porta di casa, leggermente disperato, e ricordo soltanto che ad un certo punto ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti avevo davanti a me i piedi di Gio; indossava delle infradito sporche di sabbia, sabbia presente anche sulle sue gambe muscolose.
Ho alzato lo sguardo e l’ho finalmente rivisto, nel mentre che il cuore rischiava di uccidermi dall’emozione; Gioele era davanti a me, telefono in una mano e chiavi di casa nell’altra; i miei occhi si sono fissati sul suo volto, ma lui sembrava ignorarmi … stava guardando e parlando con qualcuno alla sua sinistra, qualcuno di più basso e magro … un ragazzino, anche lui con le infradito ai piedi.
<<P … padrone …>> ho provato a dire mentre provavo a spostarmi da lì per permettergli di entrare, ma a qual punto è successo qualcosa che mi ha spiazzato; il ragazzino mi ha piazzato un piede sulla pancia non appena ho iniziato a muovermi, bloccandomi sul posto.
Io non mi sono bloccato a causa della forza del piccoletto o qualcosa del genere, mi sono paralizzato per lo più per lo stupore … la naturalezza con cui il ragazzino mi aveva messo il piede in pancia, facendomi capire di non dovermi muovere, non me l’aspettavo proprio.
Se prima tutte le mie attenzioni erano rivolte a Gioele, le ho improvvisamente spostate su quel ragazzino: aveva un aspetto molto atletico, abbronzato, con la pelle della faccia leggermente bruciata dal sole; teneva in mano un gelato per metà finito.
Stava parlando con Gioele di un videogioco, nel mentre che il ragazzo cercava tra le sue tasche le chiavi di casa.
Io sono rimasto a terra, assonnato e stordito, senza sapere cosa dire o fare; spostarmi era fuori questione, ma neanche parlare era una buona idea perché non volevo interrompere la loro discussione.
Mi stavano totalmente ignorando … e quel fattore mi ha spinto giù ancora di più.
Gli amici di Gio mi avevano fatto abituare alla sensazione di stare sotto ai piedi di qualcuno, ma era la prima volta che mi accadeva con qualcuno di così giovane … la sensazione che stavo provando era nuova e strana, ma decisamente piacevole.
Mi sono accasciato al suolo lasciandoli parlare in pace; Gioele si è messo le mani in tasca e ha tirato fuori da lì le chiavi di casa, e dopo aver aperto la porta il ragazzino si è sfilato le infradito e si è messo sopra di me con entrambi i piedi.
È rimasto lì per un po’ continuando a parlare di quel videogioco, poi però ha abbassato lo sguardo su di me e ha fatto un’espressione leggermente perplessa.
<<Stai dormendo?>>
Sono rimasto così stordito da quell’improvvisa domanda che ci ho messo qualche secondo prima di elaborarla.
<<E … ehm … s-stai parlando con … con me?>>
<<C’è qualcun altro qui sotto?>> fu la sua risposta leggermente piccata <<Sbrigati che sono stanco.>>
Le mie mani si sono mosse da sole, in automatico; ho usato la maglietta che indossavo per ripulire i suoi piedi dalla sabbia il meglio possibile, dopodiché lui è entrato dentro casa come se niente fosse, sbadigliando.
Gioele lo ha imitato, ma quando mi è salito ho sentito il mio intero corpo contrarsi sotto al suo peso. Resistere all’impulso di urlare dal dolore è stato incredibilmente difficile.
<<Ehi cagna>> ha detto lui una volta sopra di me <<ricordati di pulire le infradito prima di entrare. Non voglio vedere neanche un granello di sabbia a terra.>>
<<S … sì, capo.>>
<<Capo?>>
<<Padrone.>> mi sono subito corretto io.
Lui ha fatto un mezzo sorriso sfottente, ha atteso che finissi di pulirgli i piedi, dopodiché è entrato in casa anche lui.
<<E rimani lì.>> ha aggiunto <<Mio fratello deve ancora tornare. Un tappeto gli farà comodo.>>
Sono rimasto in attesa, estasiato dall’aver nuovamente rivisto Gioele. Dopo tutto quel tempo, risentire la sua voce mi ha seriamente rallegrato.
Sono rimasto in attesa per circa venti minuti, sdraiato davanti alla porta dell’appartamento di Gioele; fortunatamente loro vivevano in quei condomini a ingresso esterno dove ogni appartamento ha l’ingresso rivolto verso un cortile centrale, quindi non rischiavo di infastidire nessuno stando sdraiato davanti a quella porta.
Qualcuno però mi passava di lato, lanciandomi delle occhiate stranite e perplesse.
Dopo circa venti minuti la porta di casa si è riaperta, e con mio stupore da lì è uscito il ragazzino; è salito sopra la mia pancia con noncuranza, come se sotto ai piedi avesse davvero un tappeto, e chinandosi ha preso le sue infradito da terra.
<<Ma non le hai pulite.>> ha poi detto, guardandomi.
Io ho deglutito, preso alla sprovvista <<S … scusa, s-stavo aspettando il fratello di Gioele.>>
Lui ha sospirato e si è voltato verso il mio volto <<Vabbè, faccio io.>> ha detto leggermente svogliato, dopodiché ha portato un infradito dritta sulla mia testa e ha iniziato a strofinare la suola sui miei capelli, usandoli come spugna.
Ricordo solo di essere rimasto talmente stordito e impressionato da non essere riuscito neanche a muovere un muscolo; la naturalezza e nonchalance con cui quel ragazzino stava si è messo a pulire le infradito sulla mia testa mi avevano completamente spiazzato; era come se io non fossi neanche un essere umano per lui.
Un’altra cosa che ricordo è il suo odore corporeo: era molto salino, dovuto probabilmente dal suo ritorno da un giorno passato in spiaggia, però aveva un nonsoché di esotico con un retrogusto pizzicante.
Mentre strofinava la suola delle sue infradito sui miei capelli, i miei occhi hanno concentrato la loro attenzione sul suo volto, leggermente bruciacchiato dal sole; sembrava un ragazzino sui dodici o al massimo quattordici anni.
<<Apri la lingua.>> ha detto ad un certo punto, portando la mano libera a stringermi le guance; io ho obbedito in automatico, ormai ero diventato molto bravo in quello <<Tira fuori la lingua. Tutta.>> ho obbedito ancora, e lui non ha esitato un secondo ad usarmela per completare la pulizia delle sue infradito.
Ha strofinato sulla mia lingua i bordi, per lucidarli, dopodiché si è assicurato di togliere tutti i granelli di sabbia rimasti incastrati sulle suole; ogni volta che la lingua diventava troppo sporca per essere usata, lui mi ordinava semplicemente di ingoiare, e io obbedivo subito … anche se dopo al secondo “ingoia” avevo già le lacrime agli occhi e sentivo un fortissimo bisogno di vomitare.
<<Pulisci anche le mie!>> ho sentito dire da lontano da Gioele.
Il ragazzino lo ha ascoltato senza troppi problemi; ha preso le sue infradito e si è seduto a gambe incrociate sopra al mio petto, prendendosi il suo tempo per ogni singola ciabatta … ed è stato proprio in quel momento che è arrivato il fratello di Gio.
Non appena lo ho visto il mio cuore ha ripreso a battere all’impazzata; nell’aria ha subito iniziato a girare un odore piccante, mentre i miei occhi non sono riusciti a trattenersi dal guardarlo con stupore.
Era abbronzato, e molto meglio di quanto ricordassi; scolpito, muscoloso, enorme … incredibile; a differenza degli altri due non aveva delle infradito ai piedi, bensì delle scarpe da ginnastica.
Il ragazzino lo ha salutato rapidamente, dopodiché … il solo ricordo mi causa dolore. Il fratello di Gio si è sfilato le scarpe come fa ogni volta prima di rientrare in casa, ed è salito sopra di me senza neanche guardarmi.
Era così dannatamente pesante che ho letteralmente sentito un suo piede sprofondare nella mia carne e comprimere a secco le mie interiora; non potevo vedere, ma ciò che ho provato mi ha fatto pensare che il suo piede mi avesse bucato la pancia, trapassandomi e arrivando a toccare il pavimento sotto di me.
Non sono neanche riuscito ad urlare, specie perché il ragazzino stava tenendo a bada la mia lingua con le infradito.
Fortunatamente quel dolore è durato poco; il fratello di Gio mi ha solo usato come gradino d’ingresso. Ma io stavo comunque lacrimando e tremando dal dolore e la spossatezza quando si è tolto, ciò che provavo era talmente accecante che non riuscivo più neanche a pensare.
Sono rimasto sul pavimento in silenzio con la testa che pulsava terribilmente dal dolore e la lingua che mi veniva spietatamente raschiata per qualche altro minuto, dopodiché il ragazzino si è alzato; aveva in mano quattro infradito che sembravano nuove di zecca per quanto erano state lucidate.
<<A quelle ci pensi tu.>> mi ha detto, indicando le scarpe del fratello di Gio <<Quando hai finito rimettile a posto.>> e senza dire altro è tornato dentro casa, accostandosi la porta dietro; non mi ha neanche degnato di uno sguardo, mi aveva semplicemente usato come strumento per le pulizie.
Non ricordo esattamente cosa ho provato in quel momento … ma una cosa è certa, mi sentivo morire. Avevo la gola in fiamme e la lingua insensibile, e tutto il corpo vibrava per la stanchezza e la debolezza che provavo.
Sono rimasto lì a terra per un po’, immobile.
Ero troppo stanco per pensare, quindi mi sono limitato a guardare il soffitto.
Avevo improvvisi conati di vomito, ma niente da vomitare.
Poi, dopo non so quanto tempo, mi sono tirato su.
Non avevo più saliva in bocca, ma avevo comunque due scarpe da pulire.
E così, lentamente, le ho pulite.

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